L’ultima notte di Nebbia, un fantasy tra “strie”, magia e “fumana”…

7 08 2009
La copertina del libro di Luca Marchesi

La copertina del libro di Luca Marchesi

Una Bassa Modenese che si tinge di colori brumosi e di un mistero carico di magia. È quella che funge da sfondo de “L’ultima notte di nebbia-  Il mostro e le streghe della Bassa” (Leone editore),  opera prima dell’autore medollese Luca Marchesi. Una laurea in Lettere Moderne, giornalista e addetto stampa presso enti pubblici,  Luca esordisce con un romanzo fantasy, le cui atmosfere riecheggiano quelle delle opere dello scrittore finalese Giuseppe Pederiali.
Protagonista de “L’ultima notte di nebbia” è Francesco un bambino dei nostri giorni, che si divide tra la Playstation, Dragon Ball e gli straordinari poteri, ereditati dalla nonna Noemia, la strega più potente della Bassa. Con questi poteri e insieme ad altri tre cavalieri, la fidanzatina e provetta karateka Daniela, il maresciallo dei carabinieri, Milano, e a Paola, cartomante, nonché donna bellissima oggetto del vituperio dei compaesani per il singolare stile di vita condotto, Francesco dovrà affrontare il Ciribecco, creatura responsabile del rapimento di diverse ragazze, tra cui Marina. Questo essere si muove con la nebbia,con cui punta a invadere la Bassa e poi il mondo intero. Ma dovrà vedersela con la squadra dei quattro cavalieri, capitanata da Noemia.
Il romanzo è destinato a ragazzi, ma anche ad adulti appassionati del genere e a coloro che abbiano voglia di immergersi in un racconto intrigante e ben costruito. La narrazione è scorrevole, semplice,  ma allo stesso tempo ricca dal punto di vista linguistico. Non mancano termini dialettali che danno all’opera una caratterizzazione tutta modenese. E modenesi, nella fattispecie della Bassa, sono i luoghi descritti, così come l’autore sa restituire sapientemente la dimensione di una realtà provinciale, attraverso l’inserimento dei tipici personaggi di paese dediti al gossip e a pregiudizi legati a una mentalità ristretta.
Non mancano momenti divertenti che fanno sorridere il lettore, come non manca qualche piccolo brivido e alcuni momenti di suspence.
C’è poi Francesco, un bambino dei giorni nostri, alle prese con qualcosa di arcaico, ben più grande di lui. Il Ciribecco, essere amorfo e temibile, rappresenta le sue, ma anche le nostre paure.  E’ “l’uomo nero” della leggenda che s’introduce nella stanza per sottrarre il bambino dal proprio letto. Per il piccolo protagonista della vicenda, sconfiggerlo significa vincere i propri timori.  Significa crescere.
Il volume è il primo di una serie che vede al centro della vicenda Francesco, piccolo mago alle prese con la lotta contro il Male, che vuole impadronirsi della Bassa.

(Roberta DeTomi)

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su L’ERBARIO DI MARMO di Stefano Colletti

28 07 2009

 

L’erbario di marmo (Firenze Libri, 2009, p.96) si presenta come un piccolo, paradossale miracolo: è un esordio che ha già i crismi dell’opera matura, che offre una poesia che rifugge collocazioni rassicuranti nei paraggi del Canone, inseguendo tradizioni esaurite, mai attinte o sempre rimaste sottotraccia; è un libro corposo, nel quale il corpo non si esime dal raccontarsi, lasciando comunque aperta la porta a illuminazioni sulla forma della vita, sulle forme delle vite che lo attraversano. Insignita del premio “L’Autore” 2008, la raccolta del giovane autore mantovano non si limita infatti a proporre una “poesia da premio letterario” – indicative, in questo senso, certe chiuse ad effetto, che con la loro ridondanza sminuiscono altre chiuse, poeticamente più potenti, e importanti – ma investiga il proprio essere testo, plasmandosi e riplasmandosi attorno a una voce solida, indipendente, musicalmente capace. La versificazione adottata, in particolare, ricorda la poesia anglosassone del Novecento, con la quale l’autore sembra essere in speciale sintonia – ritorna spesso, infatti, nelle epigrafi e nelle citazioni – non disdegnando, tuttavia, break ritmici di più sicura attualità. Gli echi della poesia in lingua inglese si sentono anche nelle scelte figurative: un’ampia conoscenza permette riunire voci in principio asimmetriche (come per esempio, la metaforizzazione continua à la Dylan Thomas e il dimesso ritorno alla natura di un Robert Frost), che si fondono, in ogni caso, armonicamente – o, forse, con le dovute dissonanze – all’interno di una materia testuale sempre altra. Del resto, solo può essere caratterizzato da alterità e eterodossia un richiamo costante (e giustamente esplicitato, quasi sovraesposto, fuori d’ogni contatto ingenuo con la Tradizione) a Pascoli e Sbarbaro, dei quali non si estremizza il dettato – a costo, qui davvero, d’essere fuori tempo – ma  dei quali si assume, spesso ironicamente, la diversa declinazione di un primonovecentesco “male di vivere”. Un dato, questo, che non emerge mai chiaramente e consapevolmente nei testi di Colletti, ma che a ragione si può ritenere sempre pronto a far capolino, soprattutto tra le righe più cupe e introspettive. Di respiro ancora più ampio, in ogni caso, la riflessione storica e politica. L’erbario di marmo del titolo viene ad essere, in corso d’opera, il vitale traslato di un lapidario: la collezione di lapidi e pietre memoriali, incontrate in un cammino che si dipana per l’Europa delle due guerre mondiali, aiuta a ripercorrere, saldamente ancorati alla memoria, le grandi lacerazioni del tessuto storico e psichico che formano e mettono allo stesso tempo in crisi una, comunque sempre disponibile, identità comune europea. Il poeta, anzi, si sente più volte chiamato al fronte e, anche se sa che l’unica risposta che gli è consona è la diserzione, risponde presente, va a frugare nelle trincee, sui campi di battaglia, verificando che questi luoghi parlano molto più a lungo e più approfonditamente dei manuali di storia – ultimamente assai revisionati, ma senza imprimere loro una nuova visione, che è compito di intellettuali di altra pasta, ad esempio dei qui presenti poeti. A volte, l’autore risponde con una sincera adesione all’epico, a volte con la pietas che si concede agli “eroi” ma solo in quanto sono uomini passati a popolare il – ben più importante, nella vita di ognuno – regno dei morti. Predomina la ricerca di un senso tragico, recuperato prima surrettiziamente con chiuse solenni e sentimenti importanti, poi scoperto in tutta la sua forza all’incrocio della propria esperienza con gli interrogativi che si ritengono fondamentali.

E qui sta la grande risposta etica dell’autore, tutta nella e per la scrittura.

 

(Lorenzo Mari)

DI FRONTE AL MARE

Un peschereccio minuscolo s’intreccia agli altri,
partiti da altri porti, attacca la melodia
appropriata, non proprio tardi.
Il congegno della risacca
succhia le ossa perlate dei molluschi
che lampeggiano ogni qualche passo.
Sul capo la corona
dell’unica vera sete, essere soli.
Morire come Dio, senza mosche né fiori.
L’oblio come un fluido colloso tra le dita
aperte. La certezza innocente di non aver lasciato
strade né arte, né vedove del mare.

QUANDO ME NE SONO ACCORTO

La gabbia, intendo, lì sotto i miei occhi,
ma per decenni io non ho visto.
E quando me ne sono accorto, non
Sono fuggito. È una gabbia di classe, seppure semplice.
Rodata. Semitrasparente, per chi ne sta fuori.
Del tutto invisibile dentro. Nessuno l’ha costruita
sapendo che cosa fosse, i pezzi s’incastravano
a dovere, un disegno di certo senso
che si formava. Anni passati ad aggiungere
altri pezzi, e colla e chiodi, finché tutti,
costruttori compresi, ci fummo dentro.
Innocenti tutti, badate.

SU UN TRENO SERALE

Il treno rulla in una sera di pioggia – nel tepore
del vagone, accaldato per la corsa, sudo
ancora un po’, poi mi placo nel buio arancione della periferia.
La foschia primo ‘900 tra le case operaie.
Vorrei un paio d’ore
rubate alla crescita dei bambini, alla gemmazione,
alla vita fangosa dei fossi, laggiù.
Due ore in cui nulla
accada, nessun bacio, nessun colpo di scure, l’essere
soli che salva dall’atto plurale delle distanze.
Deve essere il jazz aritmico delle luci,
il sapersi irraggiungibili – telefoni spenti, vaghe
indicazioni sull’orario.
Stasera c’è la pausa dolce,
il sapore garbato di una giornata di caffè,
il mio nome senza significato
nelle piccole stazioni eclissate dalla corsa.
Meglio farsi raggiungere dalla cravatta stanca
del capotreno, nessuna pietà, nessun ragionamento
coinvolto – la sera arriva alla notte,
come me. Un ruolo, cose appropriate da dire.
L’estate è così finita che ha lasciato una sua corrispondenza;
piove, piove – un’ora e quaranta, ormai, di pace eterna.

SCRIVERE VERSI AD UNA CONFERENZA

Come al mare. Chi parla – di cinema,
pare – è la risacca, dove la schiuma
lambisce noi conchiglie.
Capelli biondi su maglioni neri,
squarci di rughe, pance, baffi e doppi menti
filtrano le parole, tiepide come fegati.
Tutto qui è deperibile.
Di qui passeranno aspirapolveri e donne
con sacchi di plastica.
Berranno caffè in un bicchierino, sedute
al lungo tavolo, relatrici su figlie e malattie,
risistemando poi le sedie, come a casa propria.





fate cultura

23 06 2009

ci sono tante piccole cose che chiunque di noi e di voi potrebbe fare per migliorare la situazione culturale del nostro paese, cose che tutti siamo in grado di fare, cose che permetterebbero a chiunque di “fare cultura” o “contro-cultura”

lo so, sarebbe impossibile boicottare Einaudi, anche perchè pubblica tanti titoli indispensabili, basterebbe invece andare a leggere il “Quaderno” del Premio Nobel José Saramago, lo potete fare proprio QUI su questo link

Saramago, che mai come ora mi sarebbe piaciuto che potessimo ascoltare al Festivaletteratura, come Jack Hirschman – che, cosa che purtroppo pochi hanno saputo, a Mantova c’è stato recentemente, o Beppe Costa, entrambi, questi ultimi, autori che andrebbero ascoltati

oppure potreste semplicemente procurarvi e leggere “Il Duca di Mantova” di Franco Cordelli, edito da Rizzoli, quadro d’epoca che racconta l’Italia al tempo di Berlusconi, e se volete sapere qualcosa di più su Cordelli, leggete QUESTA intervista di Claudio Sabelli Fioretti

se ancora non vi basta vi consiglio un altro libro, “Il corpo del capo” di Marco Belpoliti, edito da Guanda, considerato un’interessante metafora vivente della nostra stessa idea di corpo, della sua durata nel tempo, del suo valore e del suo sfruttamento economico

poi continuerei offrendovi una lettura di poesia, con gli “Ultimi versi” di Giovanni Raboni, pubblicati da Garzanti, con una splendida prefazione di Patrizia Valduga

infine, per i più acuti osservatori, inviterei la lettura, o ri-lettura, di 1984 di Eric Arthur Blair, in arte George Orwell, che letto ai nostri giorni può divenire anche un’interessante analisi e confronto tra la retorica stalinista e quella dei nostri politici, con risultati direi sorprendenti

se invece non vi va di leggere, beh, andate a vedervi uno spettacolo del Living Theatre

(Andrea Garbin)





Il 18° vampiro – Claudio Vergnani

19 06 2009

Scordiamoci Bela Lugosi. Scordiamoci il vampiro impomatato e vestito con un’eleganza ineccepibile.  Il non-morto assettato di sangue di Claudio Vergnani, autore modenese al suo esordio per la casa editrice Gargoyle Books, non ha nulla a che fare con quello ormai radicato nell’immaginario collettivo. Né tantomento con la visione new-romantic della stravenduta Stephanie Meyer.  Il vampiro do Vergnani è uno zombie assettato di sangue, su cui la morte ha impresso la propria impronta. E’ un essere condannato alla sete bruciate del liquido mortale, di cui l’autore sa restituire la sofferenza. Qui non ci sono solo morsi sul collo, ma momenti terrificanti, in cui il lettore non può che rabbrividire.
Il gruppo degli ammazzavampiri non è costituito da super eroi in calzamaglia, ma da persone che vivono sulla propria pelle un orrore, placato da sonniferi e tranquillanti.  La narrazione li accompagna, forte, intensa, mai superficiale.
L’incubo del vampiro ritorna costantemente, è fonte di paure, che tuttavia cozzano contro il muro della necessità: la sconfitta del male. Ma alla fine resta il grande dilemma: i vampiri sono veramente il male? E gli ammazzavampiri, non sono forse i sovvertitori di un ordine voluto dalla natura? Quello che l’uomo vede come male, può essere il frutto di una concezione di se stesso falsata, per cui lui si percepisce come bene? No, la natura umana non racchiude mai, completamente il bene…





IL TALENTO DI CESARE DE MARCHI

22 09 2008

Vincitore del Premio Campiello nel 1998, è il libro che ha sostato per diversi giorni sul mio comodino, compagno di notti insonni e di un percorso letterario che si distingue per la densità e la ricchezza linguistica. Il talento cui si fa riferimento è quello del protagonista, Carlo Marazzi, di cui ci vengono narrate le vicissitudini. Liceale che non è mai arrivato al diploma, impiegato “impacchettatore” alla Standa, bidello, vincitore al gioco poi scialaquatore, oggetto di un’omissione famigliare che segnerà la sua vita, truffatore, innamorato separato, folle testimone di una vita sprecata, di cui vive le trasformazioni. Marazzi, però, sembra porsi al di sopra dei cambiamenti che interessano la società italiana. E lo dimostra quando lo scrittore fallito, Giulio Fiorini, strano personaggio, non amico che segnerà la sua vita, gli fa ascoltare Marilina (la Monroe) su cd, una novità che lo colma di stupore; ma è uno stupore stranito, come stranito appare nei suoi attimi di disperazione strampalata. Marazzi è un inetto rivisitato e corretto, che nella sua azione trova la ragione della sua rovina. Accetta la sua vita quasi con stoico coraggio, ma resta un personaggio sospeso, che alla felicità non ci crede, se non come riflesso irragiungibile. A lettura ultimata, resta un punto interrogativo, per quanto Marazzi sorprenda con la sua personalità “omessa”. Una vera chicca per la letteratura italiana, che avrebbe bisogno più di un De Marchi che di uno stuolo di studentelle in cerca di gratificazioni sessual-sentimentali.





Holden Caulfield e il moto perpetuo

20 01 2008

“Il giovane Holden”… quanto ho amato quel libro, nemmeno lo immagini! La prima volta che mi è capitato tra le mani sono stato a lungo a rimirarmelo perplesso: chi l’aveva mai vista una copertina bianca, con tanto di riquadro e bianco pure quello?

Allora passavo un sacco di tempo tra le pagine di Caldwell, Fitzgerald, Kerouac… abituato com’ero a storie di perdenti e fuggitivi, di sbevazzate e malinconie, Holden mi spiazzò davvero. La sua è una di quelle storie che sembra scritta apposta per tutti quei soggetti che non sai mai dove schiaffare, che sono ribelli senza esserlo, quelli che non si preoccupano di mettersi in testa un cappello da cacciatore se questo li fa sentir bene, che possiedono una bella valigia pur consapevoli delle implicazioni e conseguenze che ciò comporterà nella loro vita sociale.

Un libro divertente e profondo, che ti parla come farebbe un amico. L’ho letto e riletto, e non contento me lo son pure messo nello zaino e di strada insieme ne abbiam fatta un sacco. Poi, dopo un pò di anni l’ho salutato e non l’ho visto più.
Sai, all’epoca c’era questa ragazza, ed era proprio carina. Ci scambiammo i numeri e la sera mi teneva ore al telefono, quando attaccava a parlare non la piantava più… e se c’è una cosa che odio è il telefono.
L’ho anche vista, naturalmente. L’andavo a prendere in macchina e poi guidavo sino a quand’era ora di riportarla a casa: non ho mai capito cos’è che le zampettava nella testa bacata che si ritrovava, ma la macchina doveva essere in costante movimento. Era fatta così. Bè, una mattina l’ho incrociata per caso, io avevo con me “Il giovane Holden” e senza pensarci su due volte gliel’ho dato e li ho salutati entrambi. Il perché non saprei dirlo, che da allora non li ho mai più né visti né sentiti.

Dopo neanche un’oretta ero sprofondato nello sconforto più totale… mi sentivo come Linus senza la sua stupida coperta, così mi son diretto verso un giardinetto e ho impazientemente atteso che riaprissero le librerie per prenderne un’altra copia.
Da quel giorno ne ho comprate un sacco di altre… perché periodicamente lo regalo e poi mi manca e lo ricompro.

Ogni tanto però non posso fare a meno di ripensare alla mia prima copia e a tutte le cose da matti che abbiamo fatto insieme. Mi sento un po’ in colpa per averla abbandonata a quel modo, ma spero che ora riposi in una bella e calda libreria, con qualcuno che ogni tanto la spolvera e la sfoglia piano. Se lo meriterebbe, perché già allora lei di strada ne aveva fatta tanta.

[Massimo]





LO SCAFFALE – libro II

9 12 2007

 

A casa tengo una libreria in continua espansione e credo che un giorno sarò sopraffatto dal suo volume. In tutte le volte che l’ho osservata, sino ad oggi non mi è mai capitato di trovarvi un ragno, eppure le formiche le ho viste un giorno. Le trovai con il loro allegro zampettare all’interno di un libro di racconti del terrore. Se ne stavano là, proprio dove il giorno precedente avevo infilato il segnalibro. E’proprio una buffa coincidenza trovare dei piccoli insetti in un libro del terrore. A nemmeno un palmo da dove le ho trovate ho infilato un altro libricino di racconti del terrore scritto da una giovane autrice russa. Lì si che le formiche sarebbero state nella giusta circostanza poiché se ne parla in un racconto, eppure per un breve istante mi sono sentito ridicolo nell’immaginarle uscire da quel racconto per andare a invadere un libro differente. Che strano scherzo del destino è stato trovare quelle formiche, inseguirle tra un libro e l’altro, effettuare minuziosi controlli in tutti i volumi circostanti per verificare che non fossero passate anche per altre storie, passare da una mensola all’altra scoprendo quanti siano gli scrittori che usano gli insetti come via maestra per sviluppare la loro storia. Mi sarei potuto fermare presso la metamorfosi di Kafka, ma in realtà non rallentai affatto, e andai invece a bloccarmi presso il sentiero dei nidi di ragno. Mi sono fermato lì perché da tempo stavo cercando la mia scaccia cani e non sapevo più dove poterla trovare se non con la forza della mia immaginazione. Ero talmente sicuro d’averla messa in un posto dove nessuno avrebbe potuto trovarla, ma probabilmente mi ero sbagliato. Trovo sempre così buffe quelle situazioni in cui crediamo di conoscere cose che gli altri non sanno. Le trovo buffe perché in effetti non esistono luoghi che nessuno può conoscere oltre a noi, piuttosto ci piace crederlo per sentirsi dominati da una sorta di sensazione di onniscienza. Non so come ho fatto a pensare che nessuno potesse trovare la mia scaccia cani nell’antello del comodino, che solo quando si apre la porta della camera è la prima cosa che balza all’occhio, eppure io ero talmente convinto della sua segretezza da credere quasi che non esistesse più quel comodino. Lo credevo quasi una mia creazione onirica, un sogno nel sogno, qualcosa privo di una sua fisicità dove poter nascondere tutto ciò che avrei preferito. Un giorno, credo, mi ci sarei nascosto pure io, se solo non fossero arrivate quelle formiche a svegliarmi, a riportarmi alla realtà. Pistole e formiche, le ho ritenute un connubio estremamente interessante anche se devo ammettere che ho rischiato di prendere la cosa con troppa leggerezza. Credo che Calvino non avrebbe accettato un comportamento simile da parte mia.

(by Andyfante)