ONNA ZERO

2 05 2009

onna-abruzzo-terremoto

Anche quando un crollo si presenta come totale, diventando il crollo, la Catastrofe per eccellenza, l’immagine stessa della Tabula Rasa, ci sono sempre macerie, detriti, frammenti, da lasciar raffreddare, raccogliere e inventariare, per poterne meglio gestire l’impatto, per poterne parlare meglio, il giorno dopo. Elementi che permettono di ripartire, verso una – sempre possibile – ricostruzione.

[ Regola, questa, dalla quale Ground Zero é sembrata inizialmente discostarsi, ma dalla quale ora non puó piú esimersi: anzi, la propaganda militare nata sulle ceneri ancora fumanti del WTC, che ora possiamo, che ora siamo internazionalmente legittimati, a guardare e giudicare come processo storico (cosa che pure, ottimisticamente, ottimisticamente come solo dei cretini, non facciamo…), la propaganda militare – si diceva – ha raddoppiato la sua capacitá retorica proprio per il fatto di essersi innestata su una Terra Zero, che poi é stata nascosta, invisibilizzata, che non é stata mostrata mai in quanto tale (se non, forse, nella sua venticinquesima ora – ma soltanto per alcuni fotogrammi…) e ha garantito, con la sua assenza, un effetto di presenza moltiplicato ad infinitum, talmente forte da giustificare l’esercizio e la perpetuazione della Violenza. ]
Comunque sia, il fatto che, con questo cappello introduttivo, si voleva (ri)portare alla luce é che gradi zero della storia non se ne danno, né se ne possono dare, per il momento.
Certo, rimane l’idea non ancora realizzata, e difatto impensabile, della distruzione nucleare.
Ma se non sappiamo, almeno intuiamo cos’é, e ci guardiamo bene dal causarla.

(“Bene”? Forse no, a giudicare, nonostante certo trionfalismo tutto di casa nostra, dall’ultima conferenza di Roma sul disarmo nucleare, con offerte risibili provenienti dai principali detentori di armamenti nucleari…)

Ne consegue che, per annichilire una creatura, una presenza, una storia, specie se sentita come “nemica”, e costruita in quanto tale, ricorriamo ancora – e sempre “per il momento”, minacciosamente… – ad altre vie, altri metodi.
Ne cancelliamo la memoria: cosa assai piú facile, e sostanzialmente indolore.
(E poi succeda quel che succeda, cfr. le parole di Hitler sul genocidio armeno.)

Se, in aggiunta, questo effacement si traveste da riscrittura, revisione, cambio di prospettiva, uscita da un canone interpretativo, fine di un dogmatismo, accontentiamo anche un certo sentire intellettuale comune, che in realtá é solo sentire comune, punto e basta… ché d’intellettuale c’é poco… E arriviamo a compiacercene.

Per questi motivi, e per altri a seguire, le dichiarazioni venticinquoaprilesche di Silvio Berlusconi ad Onna, pur nella loro novitá, rispetto a tutta una carriera politica costituitasi, fino a pochi giorni fa nello sprezzo di questa ricorrenza, definita di parte perché mai sentita come propria, e sempre snobbata, non devono sorprendere, né lusingare.
(E lasciamo che i partigiani della brigata Majella ‘decorino’ chi non merita decorazioni: lasciamo che mettano bandiera, e che della Proprietá, in qualche modo, si approprino…)

Al sodo. Il rispetto per le vittime non implica equidistanza, neutralita’, indifferenza – certamente. Ne consegue che una legge dello Stato italiano non puo’ parificare la condizione dei combattenti partigiani e dei repubblichini, garantendo a tutti gli uomini in armi tra 1940 e 1945 lo stesso vitalizio. Il ddl sara’ ritirato – benissimo.

Che dire, peró, del piccolo scivolamento, istituzionale o meno non importa poi molto, che si e’ avuto dalla Festa della Liberazione alla Festa della Libertá (alla Festa delle Libertá)? Un discorso fortemente simbolico come quello di Onna e’ stato accuratamente preparato a tavolino, non lo si dimentichi… Che dire dell’accento su una Costituzione, antifascista e democratica, da cambiare, questa volta per venire incontro al cambiamento dei tempi, prefigurato e voluto, deo gratias, da una persona sola, il padre padrone di cui parla Scalfari nel suo editoriale domenicale (finalmente azzeccato)?
Che dire, infine, della scelta di Onna, paese raso dal suolo – ma non del tutto, viste le memorie che ne riemergono – da un terremoto venti giorni fa, e che prima di questa terribile – ma non fatidica – data aveva conservato, nell’imposizione di un silenzio generale e generalizzato (ovvero: quanti altri Paesi, nel centro-nord, come Onna?), il ricordo dell’eccidio nazifascista di 65 anni fa (17 vittime innocenti, l’11 giugno 1944)?

E la domanda principale: cosa rimane di Onna?  Niente?  Ovvero: d’ora in poi sará soltanto il luogo simbolico del disgelo tra Berlusconi e Franceschini? (Del breve passaggio benedicente di un Casini?). É la prospettiva di un mondo piccolo, troppo piccolo, mentre si continua a perdere la memoria di ció che é stata la seconda guerra mondiale, e il ventennio – memoria che stava anche nel racconto di quella popolazione anziana che ora, a Onna, non é piú… Memoria che servirebbe oggi a creare un vero disgelo (per una primavera di lotta politica, rinnovata e finalmente sana) perché conterrebbe le parole del trauma, della dittatura e della guerra, necessarie a spezzare le catene di certo ideologismo che la destra é brava a occultare, rendendo naturale, e a cui la sinistra radicale, oggi dipietrista (sic!), ricorre ormai con parole che anche lo Stantio degli Stantii definisce, con colpo geniale, ‘stantie’.

(Capiremmo, forse, anche l’ironia di Vauro, l’ironia fredda di chi riesce a raccogliere le macerie e a dargli il nome piú sinistro, ma piú preciso, perché scientifico, e rilevante:

AUMENTO DELLE CUBATURE.

Direbbe Santoro, uno che bisognerebbe ascoltare prima di contraddire: potrebbe cominciare, ma in fin dei conti non puó, con Onna e il Discorso del Padre Padrone, un anno zero.)

Lorenzo Mari

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