MYSTERIES AND SMALLER PIECES – Il Living Theatre di New York in provincia di Mantova

27 05 2009

Cinque, dieci, quindici minuti. Il tempo scorre lentissimo e il giovane uomo in piedi sul palco resta bloccato con lo sguardo fisso nel vuoto. Non muove un muscolo, potrebbe essere una statua ma non lo è, perché fatto di carne e perché ogni tanto le sue palpebre si abbassano leggermente per lubrificare gli occhi. È vivo. È un attore. È la cartina tornasole dell’insofferenza, delle risatine soffocate, dell’impazienza, della delusione del pubblico che batte le mani e sbuffa. Di quel pubblico ancora una volta provocato e toccato senza reticenze dal Living Theatre.

“Mysteries and Smaller Pieces” (“Misteri e Piccoli Pezzi”), creato a Parigi nel 1964, esplode nuovamente sulla scena traghettando sgomento e disarmo. Questa volta lo fa nel teatro di Medole, il comune che in collaborazione con l’Associazione culturale “I Saggi e i Folli” ha ospitato – con felice intuizione – il laboratorio teatrale diretto da Gary Brackett con la partecipazione di Enoch Wu e Jeff Nash del Living Theatre Europa. Trenta in tutto i partecipanti, tra attori e professionisti e non, che hanno risposto al richiamo e che dopo una settimana di duro lavoro, a sentire i loro racconti, hanno dato luce a uno spettacolo in cui “si aprono le porte a una tecnica sovversiva”, secondo le parole di Judith Malina. Le sorgenti di riferimento sono il teatro politico di Brecht e Piscator, la biomeccanica di Mejerchol’d, il teatro della crudeltà di Artaud.

L’immobilità del giovane è interrotta all’improvviso dalla marcia e dalle pulizie indaffarate di uomini che entrano dal fondo del teatro con movimenti scattanti che continuano fin sul palco. Sembrano tanti tasselli di un’infinita catena di montaggio che si sbriciola e ricompone lasciando sorpreso il pubblico, tanto che qualcuno già si alza e abbandona la sala. Ma la parte più toccante, che unge il cuore di profonda emozione, è quella in cui gli attori scendono dal palcoscenico (prima gremito di buio)  con movimenti lenti, facendo ondeggiare bastoncini d’incenso che allagano l’aria di un odore intenso, così come il loro sguardo che si fissa su quello rapito e anche imbarazzato degli spettatori. Ora ci sono, infatti, uomini e donne che ti guardano e ti vedono, senza ombreggiature di convenzionalità o censura. Hanno occhi come pietre d’ebano, fonde e scure. Occhi che toccano. Alla scena che deriva dalle esperienze orientali di Nona Howard succede poi la “Canzone di strada” di Jackson Browne. “Basta con le guerre!” è la richiesta che si ripete continuamente, alternata ad altri “basta” contro la corruzione, l’inquinamento, il precariato e tutti mali della società odierna. Una canzone che purtroppo è trasversale ad ogni tempo e che il Living ripropone in qualche parte mutata a seconda del periodo, degli accadimenti e del luogo in cui viene proposta. Una ragazza seduta a gambe incrociate sul palco dà il ritmo ai “frammenti di canzone” degli altri attori che, sparsi nella sala, danno voce ai loro “basta”. Gli altri pezzi più riusciti dei “Mysteries and Smaller Pieces” sono  i “Tableaux vivant” e i “Suoni e movimento” di Lee Worley e Joe Chaikin, in cui scorre un’ironia che non è mai edulcorante per la realtà ma sua forza esplicativa e narratrice. Stupisce soprattutto in queste ultime parti la bravura dei partecipanti del laboratorio che hanno lavorato insieme per una sola settimana creando una sintonia davvero incredibile. Decisamente meno convincente, invece, il pezzo de’ “La Peste” di Artaud a cui era affidata una forte responsabilità. L’esasperazione inappropriata, infatti, di alcuni attori, forse troppo bulimici di attenzione, non ha mancato di suscitare qualche risata anziché lo sgomento e lo sconvolgimento che il teatro della crudeltà mira a innescare con l’esperienza diretta (“perché andare a teatro deve essere come andare dal dentista” dice Artaud).  Sembrava quasi di assistere a un live di zombie usciti dal film “L’alba dei morti viventi” e questo ha spezzato – e rovinato – non poco la disarmante atmosfera della serata. Suggestiva e toccante, invece, la scena finale della raccolta dei corpi dei defunti a cui il male non ha lasciato scampo. Non resta che accatastare i regni di carne stroncati dalla peste.

Il Living Theatre parla tramite gli sguardi, le voci, il respiro e il movimento. Strappa la superficie caliginosa delle attese, disarma senza compiacimento la corazza delle aspettative. Il Living Theatre non si richiude nel cerchio delle parole ma lo spezza facendole librare attraverso il corpo, l’aria che entra ed esce dai polmoni, le corde vocali che vibrano, ma soprattutto con la voglia profonda di dire e comunicare per mezzo della vita. Come dice, infatti, lo stesso Gary Brackett: “Entrare nella vita attraverso il teatro. Unione: fine delle divisioni”.

Sara Belligeri

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Reading della Confraternita a Mantova

26 05 2009

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Sabato 23 maggio nella sala delle Capriate a Mantova è stata presentata da Marina Di Pellegrini per la omonima libreria l’antologia di racconti ‘Il rumore degli occhi’, opera prima de La Confraternita dell’Uva.
Estratti dei nove racconti sono stati letti dagli attori Walter Delcomune ed Emily Pigozzi, quest’ultima anche nuovo arrivo in Confraternita.
Gli autori sono stati intervistati e hanno commentato l’opera assieme alla giornalista e scrittrice Carolina Giorgi.
Nonostante l’evento sia stato completamente ignorato dal Principale Quotidiano Locale (o forse proprio per questo) il pubblico presente in sala era numeroso, coinvolto e interessato; molto apprezzati sono stati gli interventi finali dei rappresentanti di Emergency e Amnesty, che hanno portato il loro contributo ai temi trattati nella raccolta. Un video sui bambini soldato, realizzato da Luca Artioli ha concluso l’incontro e il gruppo si è dato appuntamento per il prossimo autunno, quando ha in programma una giornata di solidarietà con le suddette associazioni.
Il supporto tecnico audio-video è stato assicurato dall’altro recente acquisto della Confraternita, Giovanni Mauro, qui in veste di sound engineer assieme a Raffaele Fiorillo.
Il tutto su Youtube.  (www.youtube.com/confraternitadelluva)





28 maggio: proiezione film Emergency, cinema Mignon (Mantova)

25 05 2009

Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato di Emergency

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Jack Hirschman a Mantova

17 05 2009

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Il reading di Jack inaugura lo sbarco su YouTube della Confraternita che distillerà i suoi video qui:
www.youtube.com/confraternitadelluva





IL RUMORE DEGLI OCCHI: recensione di Antonio Bianchetti

13 05 2009

“Il rumore degli occhi” (Creativa Edizioni), è il bellissimo libro della “Confraternita dell’uva”, un gruppo di giovanissimi scrittori sparsi tra le provincie di Brescia, Mantova, Modena e Como (nel dettaglio: Luca Artioli, Sara Bellingeri, Roberta De Tomi, Andrea Garbin, Lorenzo Mari, Marco Marcheselli e Massimo Baraldi). Il libro è una raccolta di racconti che incentra le tematiche sul variegato mondo dell’infanzia, sulle mille sfaccettature che…

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ONNA ZERO

2 05 2009

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Anche quando un crollo si presenta come totale, diventando il crollo, la Catastrofe per eccellenza, l’immagine stessa della Tabula Rasa, ci sono sempre macerie, detriti, frammenti, da lasciar raffreddare, raccogliere e inventariare, per poterne meglio gestire l’impatto, per poterne parlare meglio, il giorno dopo. Elementi che permettono di ripartire, verso una – sempre possibile – ricostruzione.

[ Regola, questa, dalla quale Ground Zero é sembrata inizialmente discostarsi, ma dalla quale ora non puó piú esimersi: anzi, la propaganda militare nata sulle ceneri ancora fumanti del WTC, che ora possiamo, che ora siamo internazionalmente legittimati, a guardare e giudicare come processo storico (cosa che pure, ottimisticamente, ottimisticamente come solo dei cretini, non facciamo…), la propaganda militare – si diceva – ha raddoppiato la sua capacitá retorica proprio per il fatto di essersi innestata su una Terra Zero, che poi é stata nascosta, invisibilizzata, che non é stata mostrata mai in quanto tale (se non, forse, nella sua venticinquesima ora – ma soltanto per alcuni fotogrammi…) e ha garantito, con la sua assenza, un effetto di presenza moltiplicato ad infinitum, talmente forte da giustificare l’esercizio e la perpetuazione della Violenza. ]
Comunque sia, il fatto che, con questo cappello introduttivo, si voleva (ri)portare alla luce é che gradi zero della storia non se ne danno, né se ne possono dare, per il momento.
Certo, rimane l’idea non ancora realizzata, e difatto impensabile, della distruzione nucleare.
Ma se non sappiamo, almeno intuiamo cos’é, e ci guardiamo bene dal causarla.

(“Bene”? Forse no, a giudicare, nonostante certo trionfalismo tutto di casa nostra, dall’ultima conferenza di Roma sul disarmo nucleare, con offerte risibili provenienti dai principali detentori di armamenti nucleari…)

Ne consegue che, per annichilire una creatura, una presenza, una storia, specie se sentita come “nemica”, e costruita in quanto tale, ricorriamo ancora – e sempre “per il momento”, minacciosamente… – ad altre vie, altri metodi.
Ne cancelliamo la memoria: cosa assai piú facile, e sostanzialmente indolore.
(E poi succeda quel che succeda, cfr. le parole di Hitler sul genocidio armeno.)

Se, in aggiunta, questo effacement si traveste da riscrittura, revisione, cambio di prospettiva, uscita da un canone interpretativo, fine di un dogmatismo, accontentiamo anche un certo sentire intellettuale comune, che in realtá é solo sentire comune, punto e basta… ché d’intellettuale c’é poco… E arriviamo a compiacercene.

Per questi motivi, e per altri a seguire, le dichiarazioni venticinquoaprilesche di Silvio Berlusconi ad Onna, pur nella loro novitá, rispetto a tutta una carriera politica costituitasi, fino a pochi giorni fa nello sprezzo di questa ricorrenza, definita di parte perché mai sentita come propria, e sempre snobbata, non devono sorprendere, né lusingare.
(E lasciamo che i partigiani della brigata Majella ‘decorino’ chi non merita decorazioni: lasciamo che mettano bandiera, e che della Proprietá, in qualche modo, si approprino…)

Al sodo. Il rispetto per le vittime non implica equidistanza, neutralita’, indifferenza – certamente. Ne consegue che una legge dello Stato italiano non puo’ parificare la condizione dei combattenti partigiani e dei repubblichini, garantendo a tutti gli uomini in armi tra 1940 e 1945 lo stesso vitalizio. Il ddl sara’ ritirato – benissimo.

Che dire, peró, del piccolo scivolamento, istituzionale o meno non importa poi molto, che si e’ avuto dalla Festa della Liberazione alla Festa della Libertá (alla Festa delle Libertá)? Un discorso fortemente simbolico come quello di Onna e’ stato accuratamente preparato a tavolino, non lo si dimentichi… Che dire dell’accento su una Costituzione, antifascista e democratica, da cambiare, questa volta per venire incontro al cambiamento dei tempi, prefigurato e voluto, deo gratias, da una persona sola, il padre padrone di cui parla Scalfari nel suo editoriale domenicale (finalmente azzeccato)?
Che dire, infine, della scelta di Onna, paese raso dal suolo – ma non del tutto, viste le memorie che ne riemergono – da un terremoto venti giorni fa, e che prima di questa terribile – ma non fatidica – data aveva conservato, nell’imposizione di un silenzio generale e generalizzato (ovvero: quanti altri Paesi, nel centro-nord, come Onna?), il ricordo dell’eccidio nazifascista di 65 anni fa (17 vittime innocenti, l’11 giugno 1944)?

E la domanda principale: cosa rimane di Onna?  Niente?  Ovvero: d’ora in poi sará soltanto il luogo simbolico del disgelo tra Berlusconi e Franceschini? (Del breve passaggio benedicente di un Casini?). É la prospettiva di un mondo piccolo, troppo piccolo, mentre si continua a perdere la memoria di ció che é stata la seconda guerra mondiale, e il ventennio – memoria che stava anche nel racconto di quella popolazione anziana che ora, a Onna, non é piú… Memoria che servirebbe oggi a creare un vero disgelo (per una primavera di lotta politica, rinnovata e finalmente sana) perché conterrebbe le parole del trauma, della dittatura e della guerra, necessarie a spezzare le catene di certo ideologismo che la destra é brava a occultare, rendendo naturale, e a cui la sinistra radicale, oggi dipietrista (sic!), ricorre ormai con parole che anche lo Stantio degli Stantii definisce, con colpo geniale, ‘stantie’.

(Capiremmo, forse, anche l’ironia di Vauro, l’ironia fredda di chi riesce a raccogliere le macerie e a dargli il nome piú sinistro, ma piú preciso, perché scientifico, e rilevante:

AUMENTO DELLE CUBATURE.

Direbbe Santoro, uno che bisognerebbe ascoltare prima di contraddire: potrebbe cominciare, ma in fin dei conti non puó, con Onna e il Discorso del Padre Padrone, un anno zero.)

Lorenzo Mari