VOLEVO CHE VOI LO SAPESTE

26 04 2009

In linea con l’organizzazione degli incontri di poesia del Galeter, aventi il solo scopo di diffondere e far conoscere la poesia contemporanea tramite reading e performance che vedono proptagonisti gli stessi autori, sono lieto di invitarvi a una imperdibile serata di poesia, che si svolgerà nel centro di Mantova. Perchè proprio Mantova? Primo, perchè la confraternita dell’uva è nata a Mantova. Secondo, perchè a Mantova c’è il Festivaletteratura, e io, da assiduo frequentatore della manifestazione e da appassionato di poesia, ho sempre sperato di vedere alcuni grandi poeti contemporanei, ma, come normale che sia, è impossibile accontentare tutti, soprattutto quella fetta di pubblico che cerca l’introvabile. E così mi sembrava uno sgarro, una grossa perdita, forse una lacuna, un buco nero nella cultura, non avere in città quello che molti definiscono il più grande poeta vivente. Per questo, se amate la poesia, se siete un gruppo di poeti, o se siete semplici lettori curiosi, se conoscete i poeti presenti o anche se non li conoscete, se credete che la nostra situazione culturale navighi in cattive acque, se abitate in centro a Mantova a due passi dal Caffè Modì, se avete amato le forti parole di verità di Pasolini, o i Cantos di Ezra Pound, o William Carlos William, Charles Olson, Tomas McGrath, o se avete seguito la Beat Generation, beh, potrete trovare tutto ciò ascoltando e magari scambiando quattro chiacchiere con Jack Hirschman. E se poi amate la poesia russa, o vi incuriosisce, vale il medesimo discorso per Alexandra Petrova. Qui sotto vi lascio dunque un testo che ho scelto per ognuno dei cinque poeti partecipanti al reading.

Sapetedichiparlo (da “Volevo che voi lo sapeste” – Jack Hirschman – Multimedia ed.)

Quanti figli e figlie
di tutte le centinaia di uomini e donne del Congresso
stanno combattendo in Irak? Due.

Bene, si tratta di un esercito di volontari
e gli uomini e le donne del Congresso, malgrado i loro
impegni e i loro investimenti privati,
sono per la maggior parte milionari. Sapetedichiparlo.

I loro figli non hanno bisogno
di un lavaggio militare perché sporcati
da calunnie razziste, crivellati dalla paura della galera,
perseguitati dalla povertà, come il 20 per cento
degli Afro-Americani nelle forze armate
(gli Afro-Americani rappresentano solo
il 12 per cento della popolazione),
o come la forte percentuale di Latini
e bianchi poveri, che prendono ordini,
lavorando in un paese la cui metà della popolazione
sono bambini di 15 anni o meno. Sapetedichiparlo.

E io dovrei sentirmi patriottico
ed abbracciare questa spinta verso la minaccia planetaria
dalla parte di quella giunta militare di teste-morte
che quotidianamente fa galleggiare le sue infamie morali
sui canali della nostra disperazione?

La paura nucleare ha riportato indietro Dio dalla morte,
e le Guerre Sante si guardano l’un l’altra nelle loro bugie,
mentre i bambini qui e i bambini là
sono devastati fino alle radici dei loro ancora possibili
sorrisi innocenti.

Nelle loro piccole teste, nelle loro entrate e letti,
si augurano di potere, si augurano che potranno
esserti giudici, tu inetto assassino,
per tutti i bambini che hai ferito,
e getteranno sporcizia felice sul tuo cadavere,
Mr. President. Sapetedichiparlo!

IV ( da “Altri fuochi” – Alexandra Petrova – Crocetti ed.)

1.

Ci inoltrammo nella segale alta
prima ancora dell’alba.

Ascoltate, brava gente, pazientate, ve ne prego.
Ci sdraiammo.
Volevate una confessione? Ebbene, sì,
cominciammo in tutta fretta.

Sparavamo al dormiveglia intricato
alle sacche lacrimali, gonfie e stillanti
(ci tradivano, negli ultimi tempi)
ai sogni
e gli uccelli affamati in picchiata
li beccavano sulle loro morte calotte.

2.

Sparavamo alle visioni.
Ma una di loro
piegava, troppo bassa sulla terra.
E di fronte alla morte probabile chiedeva:

o senzatetto fratelli,
perché sparare
ci arrendiamo
ciascun io può vivere in affitto
dentro di noi
e allora da visione
diventeremo azione
chi si iscrive per primo
avrà in omaggio
un destriero, una dama e una lira

3.

No grazie, abbiamo già perso
l’io che un tempo toglieva il cappello
o il cartello di una casa in affitto.
E anche da questa bisogna sloggiare.
Posso togliermi le mutande.
Porto mutande Cacharel.
Però non credo alle réclames.
Ho sbriciolato l’ebano del mio orgoglio
negli ingranaggi dell’economia,
l’ho perso nel nomos di senzatetto.

In Palestina
il mio tempo cresce troppo in fretta
perché è un seme migratore
tipo palma.

(È agosto ormai,
e Rashid el Assuad
siede ancora al caffé
proprio come in dicembre.
Cambia solo la data dei giornali sulle sue ginocchia).

No, sogni e visioni e lacrime traditrici,
non mi servono destrieri.

Datemi invece una mitragliatrice
per difendermi da tutti i sogni visitatori.
E un po’ di acqua di fonte
in questa vita vagabonda.
Al posto dell’anestesia.

4.

Quell’acqua che riflette le colline terra di siena e ombra bruciata
le viti di hebron
e sabra con la sua amichetta chatila
e i fuochi d’artificio sminuzzanti

gambe capelli braccia ossa giunture
volano leggeri come fiori
molto spesso, perfino tutti i giorni
a destra e a sinistra

questa rossa terra di Adamo,
che ha mescolato marocco e polonia.
E datemi una goccia di amore per lei.
E non mi occorrono altre azioni.

Un libero trascinarsi ( da “Lattice” – Andrea Garbin – Fara ed.)

È come chiudere gli occhi per annullare una distanza,
per pulire con l’oscurità quel muro di prigionia
che orna, come volti di granito, la verità del giorno

è come avere la certezza che un sentiero sia già scritto
e comprendere l’esterno standosene chiusi all’interno
come un piccolo mollusco nella sua cavità palleale

è lo stesso sentiero dove passano i greggi coi loro
campanacci, che i pastori pungono con lunghi bastoni
coi piedi calcando polvere che un tempo fu carne viva.

Nessuno ha mai detto che la polvere che calpestiamo
possa essere un giorno meno dura, come burro sciolto
oppure soltanto errare tra le ombre a piedi nudi

dire che la nostra vita è metaforica illusione
incastonata tra minuzzoli di tempo, dirlo e basta,
oppure, tu, corpo vicino, che giaci nel vacuo letto

dire che le tue braccia sono il prolungamento dell’oblio
forse per lo stesso motivo per cui una lumaca si
trascina con grave lentezza lungo il miasma della terra

è come se tutto ciò a cui rifl ettiamo nel nostro letto
fosse assenza, tua, nostra, quella del giorno che vibra
così, nel lattice si nasce, si muore e ci si trascina.

17. (da “Modulazione dell’empietà” – Alessandro Assiri – Lietocolle)

Io vivo nelle cose in cui posso tornare
nei ricordi che conservo
trasformando la memoria in un atto d’amore
inseguo quei momenti struggenti
impossessandomene, vincolandoli
alla mia malinconia.

Amo in questo modo
nella piccolezza dei gesti
di cui mi approprio.
Nella densità
di ciò che posso imprimere.
Amo senza spandere
senza diffondere.
Amo sottraendomi.


Mi sono lasciato raccontare ad altri, per come mi hanno visto i tuoi occhi.
Non sono intervenuto in una sorta di ristagno, mi sono lasciato riprodurre.
Ora dentro me dimora un clandestino, convinto di poter fare ciò di cui sono incapace.

Speranza, di non esserlo ( da “Nero, l’inchiostro” – Fabio Barcellandi – Montag)

La disperazione è silenziosa
la diresti muta
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola parola
a memoriala disperazione è calma
la diresti inerte
se non conoscessi perfettamente
ogni suo singolo movimento
a memoria


la disperazione è miope
la diresti cieca
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola forma
a memoriala disperazione è acida
la diresti amara
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola dolcezza
a memoria

la disperazione è pacata
la diresti sorda
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola reazione
a memoria
la disperazione è disperata
la diresti senza speranza
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola speranza
a memoria
speranza
la disperazione è speranza
la diresti disperazione
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola speranza
a memoria
speranza
di non esserlo
speranza!