Teatro Minimo

22 03 2009

“Gli uomini non mostrano ordinariamente nel loro commercio abituale se non ciò ch’è in essi di più esterno; la diffidenza o la freddezza impediscono loro di lasciar penetrare gli sguardi altrui nel santuario dei loro intimi pensieri…L’oratore e il poeta trovano modo di superare questa barriera”. La frase è di Schlegel (estrapolata da uno dei miei libri di studio sul teatro) e mi è venuta subito in mente quando ho partecipato alla nuova rappresentazione della compagnia mantovana Teatro Minimo (che amo molto) e intitolata: “Io, Bertolt Brecht, vengo dai boschi neri…”. Un incontro (mi piace usare questa parola per il teatro) che è stato come uno spillo che penetra nei pensieri e nella carne emotiva per far scaturire nuova consapevolezza (fa male, certo, ma altrimenti che consapevolezza è?) grazie a Brecht poeta (generalmente conosciuto più come drammaturgo), con quei suoi contenuti così tremendamente attuali, trasversali, vivi, inossidabili. Nessuna scenografia sorniona (e quando mai?) per questa compagnia colta e mai autoreferenziale, che stupisce ogni volta per la forza del messaggio che vuole sprigionare “soltanto” con la presenza della voce e dell’essenzialità…e qui si supera la famosa barriera, la barriera di stanchezza e timore, di pensieri accartocciati su se stessi che dilagano soprattutto in questo periodo di grande crisi… Dico sempre che se mi dovessi trovare in un paese o in una città sconosciuti, colta all’improvviso da un furibondo acquazzone, e da una parte della piazza ci fosse una chiesa e dell’altra un teatro, io mi rifugerei in quest’ultimo…

Qui sotto la locandina con le date della rappresentazione per chi avesse voglia di salvarsi un po’ facendosi pungere da nuova consapevolezza e un articolo pubblicato più di un anno fa sulla “Cronaca di Mantova” e che contiene l’intervista a due colonne della Compagnia con cui è nato un gran bel rapporto…Grazie Teatro Minimo!

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Il ROMANZO DI UN’ INTERA VITA

La nascita, i primi successi, la passione instancabile e la lotta contro le difficoltà e contro chi li voleva mettere in ombra. L’affascinante storia di una piccola grande pietra preziosa di Mantova: il Teatro Minimo. Ce la raccontano il fondatore Bruno Garilli insieme alla nipote Fiorenza Bonamenti

Che cos’è il teatro per voi? Una sola domanda e per un attimo nevicano aneddoti, personaggi e nomi come quello di Shakespeare e Valentin come se fossero presenze tangibili. Staresti per ore ed ore ad ascoltarli dimenticandoti del tempo che passa e degli impegni che costellano la giornata. Forse perché i loro ricordi sono come gusci pieni di emozione, passione e sfumature. Forse perché i loro racconti sono un frammento di storia di quel magico tempio chiamato Teatro. Circondati da miriadi di volumi che si affacciano da scaffali di nutrite librerie Bruno Garilli e la nipote Fiorenza Bonamenti ripercorrono l’avventurosa storia della loro Compagnia: il Teatro Minimo. Storia che diventa il racconto di vita di chi ha la fortuna di inciampare nel miracolo che non a tutti accade: quello di scoprire la propria strada. L’incontro d’amore dell’attore e regista Bruno Garilli scocca, infatti, a 16 anni, quasi un appuntamento con il destino, come racconta lui stesso con sguardo luminoso: “Il mio esordio è avvenuto molto presto all’oratorio di San Barnaba quando noi ragazzi recitavamo commedie per mantenere la squadra di calcio: da lì in poi è cominciata quella che io chiamo la mia malattia”. Per il teatro Garilli abbandona la scuola d’arte anche se ormai stava frequentando l’ultimo anno. Una passione, la sua, che pretende di non spartire il tempo con nient’altro: “Sono rimasto in parrocchia un altro anno e mezzo, poi sono entrato alla Campogalliani dove ho recitato per 18 anni: quasi una mezza vita”. Suo maestro, anzi “grande maestro”, è Luigi Zucchero, “bravissimo attore che allora dirigeva la Campogalliani. Per anni ho recitato con lui e posso dire di aver imparato molto. Era sordo all’orecchio destro mentre in quello sinistro, con cui ci sentiva, si metteva dentro l’ovatta”. Ride: “Lui non ascoltava di certo i suggerimenti ma andava, come si dice, a soggetto e chi recitava con lui imparava a farlo. Ricordo, in particolare, una volta quando avevamo portato in scena “Sole d’ottobre” di Lopez: non esagero dicendo che aveva praticamente inventato tutto il secondo atto. Eppure era di una tale naturalezza che il pubblico non se ne era accorto. Con Zucchero si imparava ad improvvisare, a rispondergli senza farsi bloccare dallo smarrimento”. Da qui parte la carriera di giovane attore che lo porta in seguito a diventare primo attore iniziando, al contempo, a cimentarsi in piccole regie teatrali di atti unici.

Proprio in quegli anni il famoso Teatrino D’Arco assume l’odierna anima di teatro: “Ero riuscito a convincere la marchesa D’Arco a darci questo luogo per fare le prove, fornendoci una stanza in cui tenere i materiali di scena. Così, insieme ad un gruppo di giovani a cui insegnavo a recitare, ho iniziato a fare rappresentazioni gratuite proprio lì dentro, con la gente che si sedeva sulle panche. Con quell’esperienza si cominciarono a realizzare le repliche degli spettacoli che prima non venivano fatte”.

Alla passione per il palco si aggiungono anche i primi riconoscimenti importanti come quello in occasione del Festival internazionale di Arezzo a cui Garilli partecipa con i suoi giovani dietro esortazione del regista Signoretti: “Invitarono la Campogalliani ma fummo mandati noi in rappresentanza, non essendo considerato un festival abbastanza prestigioso. Ad Arezzo ci chiamavano “quelli degli straccetti che vengono qui e si portano via tutto”. Fu in quella circostanza, infatti, che abbiamo ricevuto il primo premio per la regia e la scenografia, oltre alla segnalazione per l’attrice che altro non era che la nostra Fabrizia Lanzoni, dotata tra l’altro di una voce bellissima”. In questa occasione Garilli e il suo gruppo scoprono una loro identità per così dire autonoma rispetto a quella della compagnia ufficiale mentre si crea quella frattura irreparabile che porterà alla separazione definitiva. “Loro erano diventati la seconda anima del gruppo teatrale che stava diventando troppo importante” spiega Fiorenza Bonamenti che seguirà le orme di suo zio, facendosi contagiare dall’amore per l’arte e in particolare per il teatro.

“In pratica accadde questo” racconta con precisione Bruno Garilli, “il resto della Campogalliani volle partecipare al festival che prima non era stato preso in considerazione senza però coinvolgere me e il mio gruppo. Ricordo un articolo di quell’anno che diceva: “Mantova nella polvere. Garilli, Garilli, dove sei?” La competizione in campo teatrale di certo non mancava e data la situazione di conflitto me ne sono andato via scegliendo una strada autonoma”.

E così dalla Campogalliani nasce il Minimo.

La storia di un nome e di un progetto

La Compagnia deriva il suo nome dal Teatro Minimo di via Isabella d’Este (i 50 metri quadri del luogo la dicono tutta) e per il numero esiguo dei suoi componenti. Minimo ma ricco di energia e fervido di idee, studio, sfide e preparazione, parola chiave senza la quale non può esistere autentica arte. Ma anche al momento dell’inaugurazione non sono mancati i problemi. “Quel famoso venerdì 5 dicembre non ci permisero di fare la rappresentazione perché voleva recitare una compagnia che proveniva da Padova. Si parlò allora di inaugurazione mancata. Alcuni scommisero che non saremmo sopravvissuti più di un anno e invece siamo durati molto di più, fino al 1994” racconta la signora Bonamenti.

Sono questi anni di idee e al contempo di sfide, tra minacce incalzanti di sfratto e duri confronti con chi non credeva in loro e li osteggiava. Emblematico, a questo proposito, l’episodio dell’incendio doloso. Ma sono anche anni di impegno e riconoscimenti da parte di eminenti personaggi della cultura. La passione non si sgualcisce mai, nemmeno durante le avversità, e consente di creare lavori intarsiati di emozione e riflessione. Il gruppo nel frattempo conosce un notevole ricambio di persone. Alcuni, infatti, non riuscendo a conciliare il teatro con il lavoro o la vita privata, se ne vanno per un periodo per poi ritornare.

Ora la sede del Teatro Minimo si trova in via Gradaro al numero 7. Lo spazio teatrale è stato ricavato da una fabbrica di formelle divenuto poi luogo di deposito. L’attività della Compagnia riprende nel ‘99 dopo cinque anni di strenua ristrutturazione “in un posto ridotto in uno stato indescrivibile e con i muri ricoperti da scritte non proprio gentili come “fuck you”. I ragazzi della bottega Bondioli Bettinelli ci hanno aiutato tantissimo armandosi di guanti e stivaloni”. “Ci volevano persino assegnare la Chiesa della Vittoria ma quando la notizia è apparsa sul giornale sono cominciate le rogne ed è andata a finire che ce l’hanno tolta” precisa Garilli. Il sostegno economico per la ristrutturazione giunge sempre dall’arte e in questo caso particolare dai pittori francesi e italiani che si interessano con calore alla causa.

Un rapporto particolare

“Uno non è pubblico, due sono pubblico”. Questo è il principio inossidabile della Compagnia che lo ha applicato realmente durante la sua lunga esperienza teatrale considerando preziosa ogni singola partecipazione, anche di due soli spettatori. Ma c’è un’altra particolarità che contraddistingue il Minimo, per chi non lo sapesse. Al termine di ogni spettacolo, infatti, quando gli applausi sembrano fungere da sipario per la serata, un attore scende dal palco e chiede al pubblico se ha domande da fare sullo spettacolo rappresentato, sul testo, sull’autore. “E’ una nostra peculiarità” spiega Fiorenza Bonamenti che attualmente ricopre questo ruolo, “e non sono mancate le critiche e chi ha tentato negli anni di metterci in difficoltà con le domande. Questa è per noi una importante occasione di incontro con gli spettatori”. Ma la vera preoccupazione è un’altra: “Forse mi sbaglio ma ho la sensazione che facciamo paura, come se venissimo considerati un teatro troppo difficile e questo ci dispiace. L’ultima volta abbiamo, ad esempio, portato in scena il Prometeo incatenato di Eschilo attraverso una lettura a più voci che mettesse in luce la poesia. Il pubblico non ha aderito numeroso a questo esperimento ma chi ha partecipato è rimasto molto soddisfatto. Basterebbe provare, senza paura”. Preziosa e indimenticabile è inoltre l’esperienza con i ragazzi della scuola media Maurizio Sacchi con cui Garilli e la signora Bonamenti hanno realizzato laboratori teatrali che hanno portato a ricche soddisfazioni. “Ricordo ancora un ragazzo che non voleva recitare perché diceva che non ne era capace ma in ultimo, quando per lo spettacolo mancava il suo compagno che doveva fare la parte, è venuto da me e mi ha detto: maestro, lo faccio io. Il suo timore era scomparso”.

Una vita per il teatro

Una sola domanda: che cos’è per voi il teatro? “Una ragione di vita” offre una risposta semplice ed emozionata il signor Garilli. “Ho sempre programmato tutto in funzione degli spettacoli a cui pensavo persino durante la messa. Si tratta di una forma mentis. Il teatro è innanzitutto comunicazione e quello di un certo tipo è riuscito a portare avanti idee progressiste e forse proprio per questo fa paura. Ricordo che nel ’67 ricevevamo un contributo dall’associazione degli industriali. Quando abbiamo portato in scena Brecht ce l’hanno tolto”.

Fiorenza Bonamenti racconta che il teatro nasce in chiesa e che all’inizio rappresentava una forma religiosa, “anche se poi per molto tempo gli attori sono stati considerati dei vagabondi senza dio”. Per lei l’amore per il teatro è nato dall’esempio del giovane zio più grande di lei di dieci anni. “Mi sono innamorata di luce riflessa” conclude con un sorriso.

Curiosità a botta e risposta

Avete mai avuto paura di salire sul palco?

Bruno Garilli: “La paura c’è sempre insieme all’emozione. La paura è quella di sbagliare”.

Fiorenza Bonamenti: “Io sono sempre stata abituata a parlare davanti a tanta gente e questo mi ha aiutato molto. Quando ho recitato con mio zio mi sono sempre divertita”.

Autori preferiti?

Garilli: “Tutti i moderni insieme al teatro dell’assurdo. E poi la tragedia perché almeno non bisogna pagare i diritti d’autore” ride ironico. Poi si fa serio: “Prediligo tutti quei testi in cui il sociale ha una rilevanza particolare”.

L’opera che vi è piaciuto di più rappresentare?

Garilli: “Io mi stupisco ogni volta che rivedo un’opera che ho messo in scena e mi chiedo: ma questa l’ho messa in scena io?”.

Fiorenza Bonamenti: “Se parliamo di emozioni l’opera che ho amato di più in modo viscerale è la Fedra di Seneca per la sua poesia, per quei suoi pezzi che cavano il cuore. Se invece parliamo di ragione non saprei scegliere”.

Quella che non rifareste più?

Garilli: “La scuola delle vedove di Cocteau. Ho sbagliato la regia perché non ho avuto il coraggio di trasporre l’opera in un certo modo. Ma era un testo obbligato dal festival a cui partecipavamo e con i testi imposti accade di non sentirli”

Che cosa vi augurate per il futuro?

“Di avere un teatro tutto esaurito!” ride Garilli. “Anche se mi accontenterei di fare una media di 30 persone ogni sera”.

“Vorrei che le persone non avessero paura di noi. E poi che la gente, i giovani soprattutto, venga a teatro perché il teatro è maestro di vita” aggiunge la nipote.

Dopo aver portato in scena il Prometeo incatenato di Eschilo tra le prossime iniziative del Minimo ci sono la lettura delle poesie di Angelo Lamberti e l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. C’era anche il progetto di realizzare delle letture gratuite della Divina Commedia ma le case editrici per tutelarsi vorrebbero che venisse versata una percentuale di ben 100 euro a serata facendo così sfumare un prezioso progetto.

L’intervista si conclude qui anche se sulla storia del Minimo ci sarebbe ancora tanto da raccontare tra aneddoti e ricordi. Il tempo è volato e mentre Fiorenza Bonamenti mi saluta dall’uscio della sua casa dicendo che per quanto si possa leggere o documentarsi non si conosce mai abbastanza, non posso far altro che riconoscere che la sua è un’ammissione sincera e senza paura, come il teatro che ha scelto di amare.

Sara Bellingeri

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