la prova Ginsborg, i libri, i media, la politica…

24 09 2008

non scrivo nulla e non esprimo il mio pensiero, vi lascio solo questo video. A voi tutti commentare.

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IL TALENTO DI CESARE DE MARCHI

22 09 2008

Vincitore del Premio Campiello nel 1998, è il libro che ha sostato per diversi giorni sul mio comodino, compagno di notti insonni e di un percorso letterario che si distingue per la densità e la ricchezza linguistica. Il talento cui si fa riferimento è quello del protagonista, Carlo Marazzi, di cui ci vengono narrate le vicissitudini. Liceale che non è mai arrivato al diploma, impiegato “impacchettatore” alla Standa, bidello, vincitore al gioco poi scialaquatore, oggetto di un’omissione famigliare che segnerà la sua vita, truffatore, innamorato separato, folle testimone di una vita sprecata, di cui vive le trasformazioni. Marazzi, però, sembra porsi al di sopra dei cambiamenti che interessano la società italiana. E lo dimostra quando lo scrittore fallito, Giulio Fiorini, strano personaggio, non amico che segnerà la sua vita, gli fa ascoltare Marilina (la Monroe) su cd, una novità che lo colma di stupore; ma è uno stupore stranito, come stranito appare nei suoi attimi di disperazione strampalata. Marazzi è un inetto rivisitato e corretto, che nella sua azione trova la ragione della sua rovina. Accetta la sua vita quasi con stoico coraggio, ma resta un personaggio sospeso, che alla felicità non ci crede, se non come riflesso irragiungibile. A lettura ultimata, resta un punto interrogativo, per quanto Marazzi sorprenda con la sua personalità “omessa”. Una vera chicca per la letteratura italiana, che avrebbe bisogno più di un De Marchi che di uno stuolo di studentelle in cerca di gratificazioni sessual-sentimentali.





FESTIVALETTERATURA 2008 – Le mie sensazioni…

19 09 2008

Il Festival si apre nello stesso modo in cui prende commiato dai suoi 80.000 visitatori e dai 36.000 biglietti venduti, ovvero con il botto: Paolo Giordano mercoledì 3 settembre e Roberto Saviano domenica 7.

I km macinati dai piedi e dalle caviglie sempre più stanche sono stati anche quest’anno davvero tanti, come tante sono state le ore di paziente attesa, trascorsi in coda per assistere agli eventi.

Un classico, ormai, a cui però non si riesce mai a fare l’abitudine.

Che dire degli autori… le sensazioni sono state tante.

Alcuni di loro li ho avvicinati personalmente.

Alcuni li ho intervistati.

Con altri ho pranzato.

Ma ecco, in breve sintesi, le mie impressioni. Ve le “sparo” come tante, piccole, pillole da calare senz’acqua e senza zucchero. Così, come sono. Come le ho percepite.

Ebbene, signori, vi posso confidare che il Paolo Giordano presentatosi a Mantova è un Paolo Giordano stanco. Lo si vede lontano un miglio. Anzi, più che stanco, potremmo definirlo davvero esausto. Esausto del successo, dei flash, delle interviste, delle persone che vogliono sapere che ne pensa di ogni cosa. Sottotono, dimostra di non essere fatto per il mondo delle paillettes e dei grandi strali, propri del trionfo mediatico-letterario. Vorrebbe un po’ di silenzio intorno a sé. Non lo dice apertamente, ma lo chiede con gli occhi. La gente non se ne accorge, ma la sua domanda è insistente.

La Banda Osiris è fantastica ed esilarante come al solito. Neri Marcorè è, invece, un mito. A prescindere.

Alessandro Baricco è “arrivato”. O, perlomeno, dà l’idea di sentirsi tale. È un uomo che ha deciso di smetterla con la narrativa in senso stretto, per un approccio pseudo-intellettuale alla vita. Si domanda e si risponde. Tutto da solo. E se è contento lui…

Maurizio Matrone è stata una piacevole scoperta. Incarna a pieno le 3 “S”: Socievole, simpatico e… sbirro. Poliziotto da più di venti anni, amico di Lucarelli e Fois, si racconta in un’intervista che gentilmente mi rilascia sotto il tendone di Piazza Sordello. Da scoprire.

Daniel Pennac ha la divertente pedanteria del nonno buono.

Alda Merini tiene la scena con la sicurezza e la sfrontatezza di una diva. È incazzata con il mondo e, soprattutto, con i dottori. Dice che non la fanno scopare. Che le consigliano di soprassedere, in particolar modo dopo il recente intervento chirugico, non tanto per l’età (ha quasi 80 anni).

Pedro Lemebel è istrionico e incontenibile. Dedito all’alcool e ai bei ragazzi, colora il suo Cile con tratti veri, crudi, dove l’omosessualità non è ancora ben accetta. Il suo è il ritratto di una vita “contro”.

Joumana Haddad non è solo una poetessa libanese, ma è molto di più. Prendete il corpo di una Bond-girl, fatele parlare correntemente 7 (dico 7) lingue, dotatela di grande sensibilità e sensualità e otterrete Joumana. Mi ha confidato di voler imparare anche il russo. Incredibile.

Daniele Piccini ormai è un amico, uno di casa. Che faccia il poeta, il saggista per la Rizzoli o il critico per la rivista Poesia non ha più questa grande importanza. A pranzo, mi chiede se posso prestargli il cellulare per spedire un messaggio a Joumana, in quanto il suo ha la batteria scarica. Cambiata la SIM per ovvie ragioni, si accorge di aver memorizzato il numero della poetessa direttamente sul telefonino, rendendo tutto vano. La mia invidia sbollisce…

Bernardo Atxaga ha la poesia nel sangue, anche se a vederlo così, su due piedi, sembra più un contadino della Bassa Padana.

Elia Malagò ti scalda il cuore qundo si emoziona nel leggere Pavese, portato alla tesi di laurea nella notte dei tempi.

Tali Latowicki (direttamente da Tel Aviv) è carina, brava e dolcissima. Come poetessa le do un bel sette pieno (anche perché è del mio stesso anno di nascita). A tavola divaghiamo su come viene preparato il tiramisù. Da seguire.

Valeria Parrella è cresciuta, non solo anagraficamente. Il suo ultimo romanzo, Lo Spazio Bianco, è ben lontano dall’esordio, a mio avviso sopravvalutato, di Mosca+Balena. Dialoga con una Lella Costa (sempre in forma smagliante) con autorità e leggerezza. La maternità le ha fatto sicuramente bene. Editore e lettori ringraziano.

Carlo Lucarelli è ormai un maestro del genere. Le sue parole trasudano amore per la ricerca, per i fatti e per la sana voglia di dar vita a storie che incollino alla pagina del libro. Anche sotto il tendone di Piazza Sordello dà spettacolo, dandoci qualche dritta su come far nascere una storia noir.

Giovanni Allevi vive in un mondo a parte, un mondo parallelo alla nostra realtà. Ci racconta che deve lavarsi i capelli due giorni prima di ogni concerto per evitare che qualche ricciolo gli cada sulla tastiera del piano e lo faccia distrarre nel bel mezzo dell’esibizione. Federico Taddia (Disney Channel, Viva Radio2 e Ballarò) tira fuori dalla testa di Allevi molte altre curiosità che fanno sorridere. Platea ammaliata e divertita.

Gianrico Carofiglio duetta con Piero Dorfles a meraviglia. Ormai ex magistrato, si dedica alla politica e alla penna. Destreggiandosi tra le domande più disparate dei lettori, ci offre uno spaccato di arguta ironia e un racconto inedito tanto spassoso quanto ben scritto.

Roberto Saviano, purtroppo, non l’ho visto. I biglietti sono andati esauriti nel giro di pochi minuti. Teatro Sociale blindato per l’evento. Spettatori schedati e passati al metal detector… Mi fa specie soltanto che, fra il pubblico, ci fossero gli avvocati dei Boss e non il sottoscritto.

Capitolo a parte lo merita ancora una volta il pubblico del Festivaletteratura, a volte chiassoso, a volte scorbutico, ma sempre entusiasta ed entusiasmante.

Nota in calce, lasciatemela fare, per due belle ragazze viste durante quei giorni: una dai lineamenti ispanici incrociata all’evento di Alda Merini e una, bresciana, con cui ho scambiato fugaci opinioni letterarie, mentre aspettavo l’inizio di Lucarelli sotto il tendone di Piazza Sordello. Se vi riconoscete in queste poche righe, vi mando un simpatico abbraccio dalla mia Mantova!

Posted by Luke Fante





LA SINDROME DI SATURNO (Analisi “psico-mitologica” sulle proporzioni sempre più XL della patologia sociale del momento. Le proposte: rivoluzione o stoica resistenza per sopravvivere?)

8 09 2008

La sindrome di Saturno è la malattia di questo periodo. Diffusa, a lungo sottovalutata e ora protagonista indiscussa, non si può affermare che abbia un anniversario preciso in cui proclamare il suo esordio. Diciamo piuttosto che esiste da tempo. Si parla di una patologia che si è resa tangibile nel momento stesso in cui i suoi effetti sono dilagati e straripati nell’odierna società. Il nome ha un debito, come ben s’intuisce, con il mito greco di Kronos, alias Saturno. Lo chiameremo Saturno in onore alla nostra latinità e poi perché l’Italia rappresenta una delle zone più colpite e in cui la malattia si è propagata maggiormente. Motivo? Il contagio ha trovato un terreno molto fertile dove le scuse possono finire solo a maggese. Ma veniamo alla doverosa descrizione. Innanzitutto chi ha la sindrome di Saturno divora il tempo, lo mangia, lo congela, lo ferma perché (un perché inconscio, si crede) non vuole essere sostituito dal Nuovo, dal Prossimo, dal Figlio (rifacendoci al mito). E così il portatore della sindrome costringe una fetta di vita a bloccarsi, silurando il futuro con la coccarda costantemente rammendata e suffragata del passato. La sindrome di Saturno si manifesta principalmente attraverso il tentativo (questo il segno primario della patologia) di non permettere di essere e divenire (suvvia, per capirci non serve essere dei filosofi!) a chi si affaccia dalla balaustra della vita per immergersi tra responsabilità, impegni, autonomia, indipendenza. Il mezzo principale? Togliere possibilità. Un esempio per chi non fosse specialista del campo è dovuto, anche se ormai la maggior parte della popolazione ne è diventata fenomenologa per forza di cose. Pensiamo dunque a tutti quei casi in cui i datori di lavoro (termine da non intendersi nel senso letterale) non si degnano di pagare i nuovi giovani lavoratori costringendoli a mesi di stage che anziché fungere da anti-disoccupazione si sono dimostrati un valido “rinforzante” per la sindrome, rendendola particolarmente virulenta e resistente a qualsiasi risposta di contenimento. Mi spiego: per ora non sembrano esistere cure efficaci. Dunque, i datori di lavoro con sindrome di Saturno richiedono maggiori competenze ai giovani arrivati, più di quante non ne avessero loro. Vuoi diventare la tal figura professionale? Fai l’università, due master – parola sontuosa, pedante, unta e bisunta, elitaria al punto giusto – da cinquemila o diecimila euro l’uno (pagati dai genitori o da anni di lavoro), cinque o sei stage (tanto per raggranellare un po’ di forza lavoro gratuita che non guasta mai) e tieniti infine in tasca il bel ricordo della “lieta” giovinezza precaria. Già, perché per te non c’è posto. E la vecchia, cara, preziosa gavetta? Mai sentita nominare! Già, a meno che non vogliamo chiamare gavetta quel blob variegato da miriadi di corse tuttofare che inizia all’alba dei 30 anni, l’età in cui i “muccianiani” credono che la gente sia semplicemente impegnata a schioccare l’ultimo bacio come se il lavoro fosse soltanto un apostrofo nero tra le parole: “Che faccio?”.

Ma è doveroso a tal proposito un approfondimento finalizzato a comprendere in modo esaustivo le caratteristiche peculiari della sindrome. Le domande aiutano l’approfondimento. Perché chi richiede al Nuovo questo percorso infinito non ha compiuto nemmeno un frammento di tutto ciò? Perché il Saturno in questione parla della precarietà come di un flagello e poi è il primo a fomentarla nei luoghi di lavoro? Perché colui che sostiene di aver difeso e di difendere tuttora il rispetto e la dignità si giustifica col dire che è costretto a pagare in nero e che nella vita bisogna per forza soffrire? …Tranne lui, perché ha già dato, ovviamente. Mal comune mezzo gaudio? Non si sa. Certo è che la Sindrome si tramuta spesso e volentieri in un buco nero dei perché. Quando, infatti, il Nuovo è talmente esasperato da lanciare in aria i suoi perché come coriandoli roventi il Saturnista in questione (altro neologismo doveroso) fa spallucce e risponde: “O così o cosà!”.

I Saturnisti presentano ulteriori segni indiscutibili che è bene menzionare. Il loro tempo era e sempre sarà il migliore. Alcuni (e non così esigui) hanno persino fatto il ‘68 (a proposito: si spera in un vaccino prima della fine del quarantennale) ma quando hanno sostituito i Padri hanno incredibilmente esclamato: “Auf Wiedersehen agli ideali!”. Già perché la sindrome esplode senza avvisare e può essere preceduta da comportamenti completamente differenti da quelli successivi. Chi saltava in piazza per i diritti non si fa troppi scrupoli a pagare 200 euro mensili un giovane lavoratore che dovrebbe sentirsi soddisfatto solo per la possibilità di fare esperienza. Ma ancora. I Saturnisti se non trovi lavoro a 27-28 anni sono capaci di rivolgerti un mega sorriso esclamando con gioia trillante, manco fosse il tuo compleanno: “Ma di che cosa ti preoccupi, tu che sei giovane come l’acqua?”. Se il 28enne si rivolgesse alla stessa maniera molto probabilmente verrebbe silurato da una sventola. I Saturnisti guardano il Nuovo come se fosse un marziano se per caso quest’ultimo allude all’idea di trasformarsi, dopo anni di infinita gavetta, in un dipendente stipendiato. Per i Saturnisti, infatti, il valore del volontariato è insostituibile e quindi a meno che non diventi un lavoratore volontario non ci sono speranze. Devi dimostrare, per dio, di voler ottenere ciò a cui aspiri! E quindi niente stipendio, al massimo la metà della metà se va bene. I Saturnisti, inoltre, non concepiscono il connubio formazione e indipendenza. Pretendono che si studi fino a 40 anni ingrassando le tasche di chi insegna (attenzione, leggere le avvertenze: parliamo dei soliti amici che sfornano corsi e master propinandoli come “necessariamente necessari”) e pubblicizza specializzazioni che non fanno rima con occupazioni ma dis, mi raccomando, disoccupazioni. I Saturnisti sono degli estimatori – attaccati con la colla armena, resistentissima – dell’ancien regime. La raccomandazione diventa il filo di Arianna della loro eredità che serpeggia tra i vari cunicoli lavorativi senza mai spezzarsi. Il potere della parolina giusta al momento giusto permette, infatti, ai propri figli, o ai figli degli amici, del vicino di casa simpatico o del parente devoto di rendere un eterno grazie nei secoli dei secoli…Amen. Eh sì, perché caratteristica dei Saturnisti è la paura di scomparire, languire, morire. I Saturnisti, infatti, si credono degli Highlander. Più che tramandare valori pretendono l’eredità dei posti, divani, poltrone e poltroncine che abbiano incorporata la firma indelebile della loro zampa. Ma attenzione i Saturnisti si arrabbiano sdegnati (nuovo segno della sindrome da annotare sul taccuino) se tale comportamento è attuato da altri. I Saturnisti, infatti, non sopportano che qualcun altro abbia la meglio (tipo il figlio di un altro Saturnista) ed è allora che condannano la raccomandazione con fare disgustato. E si dimenticano del saturnismo. Incredibile questa malattia!

I Saturnisti congelano i Nuovi in un passato da cui non è possibile sfuggire. Cristallizzano le vite altrui come se fossero cubetti di minestrone destinandoli ad un tempo ingolfato, bloccato, spento. Non garantendo stipendi, assunzioni, sicurezze, aperture fanno sì che i Nuovi a 25, 30 e anche 35 anni, non diventino genitori o escano di casa creando altrettanti nuclei famigliari. No, li costringono per necessità a rimanere avvinghiati (e frustrati) al suolo parentale consentendo così ai vari mamma e papà di 55/60 anni di sentirsi più giovani (come se avessero, infatti, eterni figli adolescenti) ma anche più caricati della spesa economica che il mantenimento dei grandi-piccoli pargoli richiede di garantire. Il brutto è che in molti casi la sindrome di Saturno ha determinato nei Nuovi (chiamati i “Dalle stelle alle stalle”, nuovo gruppo rock and roll degli anni 2.000) riflessi differenti. In alcuni ha scatenato un tenace tentativo di emancipazione nonostante tutto, in altri ha come appassito la volontà facendoli adeguare al ruolo di figli appesi al cordone ombelicale. Questi Nuovi, contagiati dal Saturnismo nella sua inarrestabile mutazione, si autodefiniscono ragazzini a 30 anni, impazziscono se devono lavare una mattonella da soli o fare la spesa e rimangono a casa senza cercare di affrontare le difficoltà. Qualcuno li ha chiamati Bamboccioni cadendo nell’errore di fare di tutta l’erba un fascio. Ma ricordiamo che le nomenclature delle patologie esigono maggiore precisione. Pena una reazione più che giustificata di rabbia e incavolature.

Ma i Saurnisti hanno anche saputo sfornare – questo va dato merito – eserciti di Nuovi altamente specializzati nell’attività di libero (molto libero, si può dire: disoccupato) professionista di “scrittore di curriculum vitae” (si prevede, tra l’altro, la nascita di master specifici anche per questo) facendoli volare in lungo e in largo attraverso le regioni via e-mail, posta, fax e segnali di fumo, ahimè senza risposta. In vari casi, a dir la verità sempre più numerosi, sono planati direttamente fuori dai confini italiani posandosi sul suolo di altri Paesi, emigrando totalmente. Motivo? Anch’io devo vivere. Anch’io voglio giocare al gioco dei grandi. Svegliarmi accanto al mio compagno/a. Salutarlo/a per andare al lavoro. Avere un figlio. Pensare a domani – domani – domani. Non a un eterno ieri.

I Saturnisti sostengono inoltre che il bello non c’è più.Che le grandi cose sono solo di ieri, come i veri divi, le storie, l’arte, persino l’amore. I Saturnisti possono anche rifiutarsi di riconoscersi come nonni e pretendono di essere genitori dei loro nipoti. Già perché i Saturnisti sono invidiosi, insicuri, terrorizzati di invecchiare. Hanno paura che il loro orticello venga espugnato, che la loro orma cada nell’oblio. Vogliono il “per sempre”. Costringere a un rapporto ancillare è la loro unica soluzione.

La sindrome è largamente diffusa e non fa distinzione tra politici, professionisti, Nuovi amanti del Saturnismo, suoceri e suocere e chi più ne ha più ne metta. Purtroppo anche coloro che non sono stati colpiti direttamente dal male ne subiscono comunque gli effetti. Insicurezza, depressione, calo della fiducia le conseguenze più lampanti nei Nuovi. Esito finale: l’esilio. Già perché a questo fu condannato Saturno. E così la sindrome sembra condannare non solo i portatori ma anche i Nuovi che si slacciano da un sogno, da un’aspirazione, dall’idea del domani. Per sopravvivere i Nuovi sono diventati equilibristi del quotidiano, acrobati con le vertigini zoppicanti verso il futuro, vedovi di quel bene insostituibile che è la speranza che sembra far rima con illusione. Ma prima o poi i Saturnisti si accorgeranno del loro male (nei casi in cui la sindrome è particolarmente aggressiva si prevede che lo squarcio di consapevolezza non avverrà mai). I Saturnisti scopriranno un giorno che privare i Nuovi di un futuro significa cancellare la memoria più importante, quella che di fatto dovrebbe e deve essere quotidiana perché vitale: la memoria della speranza.

Nel frattempo non ci resta che confidare nella cura del “creare nonostante tutto”. E per ora: buona guarigione a tutti.

Sara Bellingeri

P.S. Scritto da una persona che lavora e convive e che ogni giorno incontra storie della sindrome di Saturno sui giornali, negli occhi e nei racconti di chi conosce. A queste persone appassionate, volenterose, tenaci e piene di intelligenza e sensibilità è diretta la mia dedica con la speranza (pur condita di un certo pessimismo) che si arrivi un svolta. Dedico questo scritto anche a chi sosteneva che nutriti di certi ideali e senza raccomandazioni non si campa. Ebbene, cari Saturnisti giovani o maturi che siate, tale pamphlet(dilatato) è anche per voi che non ci credevate. Con l’onesta non solo si può campare, pur con sacrifici, ma ci si dorme. Pensa un po’…