su L’ERBARIO DI MARMO di Stefano Colletti

28 07 2009

 

L’erbario di marmo (Firenze Libri, 2009, p.96) si presenta come un piccolo, paradossale miracolo: è un esordio che ha già i crismi dell’opera matura, che offre una poesia che rifugge collocazioni rassicuranti nei paraggi del Canone, inseguendo tradizioni esaurite, mai attinte o sempre rimaste sottotraccia; è un libro corposo, nel quale il corpo non si esime dal raccontarsi, lasciando comunque aperta la porta a illuminazioni sulla forma della vita, sulle forme delle vite che lo attraversano. Insignita del premio “L’Autore” 2008, la raccolta del giovane autore mantovano non si limita infatti a proporre una “poesia da premio letterario” – indicative, in questo senso, certe chiuse ad effetto, che con la loro ridondanza sminuiscono altre chiuse, poeticamente più potenti, e importanti – ma investiga il proprio essere testo, plasmandosi e riplasmandosi attorno a una voce solida, indipendente, musicalmente capace. La versificazione adottata, in particolare, ricorda la poesia anglosassone del Novecento, con la quale l’autore sembra essere in speciale sintonia – ritorna spesso, infatti, nelle epigrafi e nelle citazioni – non disdegnando, tuttavia, break ritmici di più sicura attualità. Gli echi della poesia in lingua inglese si sentono anche nelle scelte figurative: un’ampia conoscenza permette riunire voci in principio asimmetriche (come per esempio, la metaforizzazione continua à la Dylan Thomas e il dimesso ritorno alla natura di un Robert Frost), che si fondono, in ogni caso, armonicamente – o, forse, con le dovute dissonanze – all’interno di una materia testuale sempre altra. Del resto, solo può essere caratterizzato da alterità e eterodossia un richiamo costante (e giustamente esplicitato, quasi sovraesposto, fuori d’ogni contatto ingenuo con la Tradizione) a Pascoli e Sbarbaro, dei quali non si estremizza il dettato – a costo, qui davvero, d’essere fuori tempo – ma  dei quali si assume, spesso ironicamente, la diversa declinazione di un primonovecentesco “male di vivere”. Un dato, questo, che non emerge mai chiaramente e consapevolmente nei testi di Colletti, ma che a ragione si può ritenere sempre pronto a far capolino, soprattutto tra le righe più cupe e introspettive. Di respiro ancora più ampio, in ogni caso, la riflessione storica e politica. L’erbario di marmo del titolo viene ad essere, in corso d’opera, il vitale traslato di un lapidario: la collezione di lapidi e pietre memoriali, incontrate in un cammino che si dipana per l’Europa delle due guerre mondiali, aiuta a ripercorrere, saldamente ancorati alla memoria, le grandi lacerazioni del tessuto storico e psichico che formano e mettono allo stesso tempo in crisi una, comunque sempre disponibile, identità comune europea. Il poeta, anzi, si sente più volte chiamato al fronte e, anche se sa che l’unica risposta che gli è consona è la diserzione, risponde presente, va a frugare nelle trincee, sui campi di battaglia, verificando che questi luoghi parlano molto più a lungo e più approfonditamente dei manuali di storia – ultimamente assai revisionati, ma senza imprimere loro una nuova visione, che è compito di intellettuali di altra pasta, ad esempio dei qui presenti poeti. A volte, l’autore risponde con una sincera adesione all’epico, a volte con la pietas che si concede agli “eroi” ma solo in quanto sono uomini passati a popolare il – ben più importante, nella vita di ognuno – regno dei morti. Predomina la ricerca di un senso tragico, recuperato prima surrettiziamente con chiuse solenni e sentimenti importanti, poi scoperto in tutta la sua forza all’incrocio della propria esperienza con gli interrogativi che si ritengono fondamentali.

E qui sta la grande risposta etica dell’autore, tutta nella e per la scrittura.

 

(Lorenzo Mari)

DI FRONTE AL MARE

Un peschereccio minuscolo s’intreccia agli altri,
partiti da altri porti, attacca la melodia
appropriata, non proprio tardi.
Il congegno della risacca
succhia le ossa perlate dei molluschi
che lampeggiano ogni qualche passo.
Sul capo la corona
dell’unica vera sete, essere soli.
Morire come Dio, senza mosche né fiori.
L’oblio come un fluido colloso tra le dita
aperte. La certezza innocente di non aver lasciato
strade né arte, né vedove del mare.

QUANDO ME NE SONO ACCORTO

La gabbia, intendo, lì sotto i miei occhi,
ma per decenni io non ho visto.
E quando me ne sono accorto, non
Sono fuggito. È una gabbia di classe, seppure semplice.
Rodata. Semitrasparente, per chi ne sta fuori.
Del tutto invisibile dentro. Nessuno l’ha costruita
sapendo che cosa fosse, i pezzi s’incastravano
a dovere, un disegno di certo senso
che si formava. Anni passati ad aggiungere
altri pezzi, e colla e chiodi, finché tutti,
costruttori compresi, ci fummo dentro.
Innocenti tutti, badate.

SU UN TRENO SERALE

Il treno rulla in una sera di pioggia – nel tepore
del vagone, accaldato per la corsa, sudo
ancora un po’, poi mi placo nel buio arancione della periferia.
La foschia primo ‘900 tra le case operaie.
Vorrei un paio d’ore
rubate alla crescita dei bambini, alla gemmazione,
alla vita fangosa dei fossi, laggiù.
Due ore in cui nulla
accada, nessun bacio, nessun colpo di scure, l’essere
soli che salva dall’atto plurale delle distanze.
Deve essere il jazz aritmico delle luci,
il sapersi irraggiungibili – telefoni spenti, vaghe
indicazioni sull’orario.
Stasera c’è la pausa dolce,
il sapore garbato di una giornata di caffè,
il mio nome senza significato
nelle piccole stazioni eclissate dalla corsa.
Meglio farsi raggiungere dalla cravatta stanca
del capotreno, nessuna pietà, nessun ragionamento
coinvolto – la sera arriva alla notte,
come me. Un ruolo, cose appropriate da dire.
L’estate è così finita che ha lasciato una sua corrispondenza;
piove, piove – un’ora e quaranta, ormai, di pace eterna.

SCRIVERE VERSI AD UNA CONFERENZA

Come al mare. Chi parla – di cinema,
pare – è la risacca, dove la schiuma
lambisce noi conchiglie.
Capelli biondi su maglioni neri,
squarci di rughe, pance, baffi e doppi menti
filtrano le parole, tiepide come fegati.
Tutto qui è deperibile.
Di qui passeranno aspirapolveri e donne
con sacchi di plastica.
Berranno caffè in un bicchierino, sedute
al lungo tavolo, relatrici su figlie e malattie,
risistemando poi le sedie, come a casa propria.





Emily e Sara alla “Fortezza delle donne”

21 07 2009

Una rassegna tra arte musica e spettacolo, tutti al femminile, che avrà come ospiti, domenica 26 luglio, ore 21, al Castello dei Pico di Mirandola, Sara Bellingeri ed Emily Pigozzi, il lato rosa della Confraternita dell’Uva.
Emily presenterà la raccolta poesia ”Amore e oro”, Sara l’antologia di racconti “Le nicchie blu” e un’opera fresca fresca di pubblicazione: “Luci d’ombra”.
Sarà Roberta De Tomi a introdurle, anche se la parola andrà alla poesia, sia in versi che in prosa delle due giovani autrici. Sarà infatti la magia della loro scrittura la vera protagonista della serata. Momenti di evocazione, di vita, di cuore e di sentimenti, tanto più veri, perché tanto più vissuti.
Di seguito, ecco il programma della rassegna che inaugura questa sera.

La fortezza delle Donne

LA FORTE ZZA DELLE DONNE, CASTELLO DEI PICO, MIRANDOLA - 21-26 LUGLIO

Il Programma

Martedì 21 luglio  

Ore 19.30Prigioni del Castello dei Pico
Inaugurazione della mostra “Evoluzioni – viaggio metamorfico nel giardino dei ricordi”.
Espongono:

Alessia Baraldi

Chiara Agosti
Emanuela Fontana
Monica Bolognese

 Segue – Ore 21.30
3 donne in barca (e la quarta che non vuole salire…)- a cura del gruppo teatrale “Il Tentativo”

Mercoledì 22 luglio
Ore 21.30

La Donna e il Tango feat. Marco Lo Russo – Serata a cura del Bajotango

Giovedì 23 luglio -  ore 21.30
Pizzica e Taranta:
schegge di vita raccontate in musica con Compagnia della Vocata e gruppo di danza Le Tarantolate

Venerdì 24 luglio - ore 21.30
Frida Hyvonen live

Sabato 25 luglio – ore 21.30
Client live  (Uk)

Domenica 26 luglio – ore 21.00
Serata letteraria – Il lato rosa della Confraternita dell’Uva. 
Sara Bellingeri presenta  “Luci d’ombra” e  “Le nicchie blu
Emily Pigozzi presenta “Amore e oro”.

 Segue – ore 22
Esibizione del coro Mousikè.

Organizza: Circolo Culturale ”Aquaragia” con la collaborazione del Comune di Mirandola e della Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola.

Media partner: Radio Pico





Le classifiche di vendita

19 07 2009

Avete mai provato ad orientarvi sulle classifiche dei libri più venduti, poniamo, per la narrativa? Qui di seguito una selezione tratta da diverse fonti per l’ultima settimana. C’è da ridere. Eppure, mi dico, dovrebbero essere dati obiettivi visto che le royalties si basano sulle vendite (sul danaro notoriamente non si scherza e tra le poche cose certe nella vita oltre alla morte e alle tasse, c’è pure che per ogni singola copia venduta di cui sia stato emesso regolare scontrino fiscale esiste traccia alla SIAE). State sicuri infatti che gli autori conoscono perfettamente su base trimestrale l’esatto numero di proprie copie vendute per ogni singola edizione.
E allora perchè queste discrepanze, perchè non abbiamo accesso ai dati reali? E’ chiaro che ogni casa editrice e testata editoriale tira l’acqua al proprio mulino e non è lì che bisogna cercare.
Apparentemente dunque le classifiche che leggiamo SERVONO SOLO PER MODULARE L’OPINIONE DI CHI LE LEGGE contribuendo a creare (=indurre/pilotare) una artificiale percezione di successo (curiosità/voglia di acquistare)  là dove -magari- le reali vendite non sono così rosee.
Del resto nulla di nuovo sotto il sole. Pare che persino Brian Epstein per fare entrare in classifica il primo singolo dei Beatles avesse fatto incetta delle loro copie in tutti i negozi. E’ pur vero che dopo hanno fatto da soli. Vedremo quanti, fra i premi letterari che regolarmente appaiono nelle top ten, si riveleranno classici immortali della letteratura…

Giovanni

IBS
1 La danza del gabbiano Camilleri Andrea
2 La bellezza e l’inferno. Scritti 2004-2009 Saviano Roberto
3 Scusa ma ti voglio sposare Moccia Federico
4 Marina Ruiz Zafón Carlos, Mondadori
5 Io sono Dio Faletti Giorgio
6 Uomini che odiano le donne Larsson Stieg
7 Il ricatto Grisham John
8 Vaticano Spa Nuzzi Gianluigi
9 La ragazza che giocava con il fuoco Larsson Stieg
10 La regina dei castelli di carta Larsson Stieg

CORRIERE
1 Andrea Camilleri La danza del gabbiano
2 Tiziano Scarpa Stabat mater
3 Federico Moccia Scusa ma ti voglio sposare
4 Giorgio Faletti Io sono dio
5 Andrea Camilleri La tripla vita di Michele Sparacino
6 Margaret Mazzantini Venuto al mondo
7 Paolo Giordano La solitudine dei numeri primi
8 Antonio Scurati Il bambino che sognava la fine del mondo
9 Roberto Saviano Gomorra.
10 Donato Carrisi Il suggeritore

FELTRINELLI
# 1 La danza del gabbiano Andrea Camilleri
# 2 Stabat Mater Tiziano Scarpa
# 3 Marina Carlos Ruiz Zafón
# 4 La bellezza e l’inferno Roberto Saviano
# 5 Uomini che odiano le donne Stieg Larsson
# 6 Zia Mame Patrick Dennis
# 7 Scusa ma ti voglio sposare Federico Moccia
# 8 Vaticano S.p.A. Gianluigi Nuzzi
# 9 La ragazza che giocava con il fuoco Stieg Larsson
# 10 Io sono Dio Giorgio Faletti

AFFARI ITALIANI
1) “Caritas in veritate” di Joseph Ratzinger
2) “La danza del gabbiano” di Andrea Camilleri
3) “Scusa ma ti voglio sposare” di Federico Moccia
4) “Marina” di Carlos Ruiz Zafón
5) “Stabat mater” di Tiziano Scarpa
6) “Io sono Dio” di Giorgio Faletti
7) “Uomini che odiano le donne” di Stieg Larsson
8) “Vaticano Spa” di Gianluigi Nuzzi
9) “La bellezza e l’inferno. Scritti 2004-2009″ di Roberto Saviano
10) “La ragazza che giocava con il fuoco” di Stieg Larsson





14 07 2009





RITRATTO DI UN POETA

13 07 2009

Ha iniziato nel 2008 Ricky Farina, regista italiano, a girare una serie di ritratti di poeti contemporanei e individui, a sua detta, singolari. Ne ha realizzati con la poetessa Beatrice Nicolai, con Silvano Agosti, e con Alda Merini. Quello che vi lascio qui sotto è il suo ultimo ritratto realizzato, quello all’amico Beppe Costa. Se poi siete sufficientemente curiosi potete andare sul canale di youtube di Ricky a visionare anche gli altri.

(Andrea Garbin)





Un fiore per Alberto

29 06 2009

C’è uno spazio vuoto, da oggi, nella poesia.
Uno spazio bianco, come qualcosa che non sarà mai scritto.
Eppure è uno spazio che respira, che ha vita, presenza.
Alberto Cappi ci ha lasciati. Alberto era uno dei maggiori poeti italiani contemporanei: autore di diversi volumi di poesie, traduttore, saggista, solo pochi mesi fa aveva vinto il Premio Luzi 2009 grazie alla raccolta
“Il modello del mondo”.
Un valore di poeta noto, tangibile e riconosciuto, al quale faceva da controcanto una grande solidarietà, così voglio definirla, nei confronti dei poeti esordienti, ricchi di voglia di gridare al mondo la propria poesia ma poveri spesso di strumenti per farlo.
A molti di loro Alberto ha dato la possibilità di nascere a vita artistica, ma anche sostegno ed incoraggiamento, nonché la possibilità di acquisire una visione critica delle loro opere.
Io tra loro: Alberto è stato uno dei miei primi sostenitori, e tra le ultime prefazioni firmate c’è stata proprio quella del mio libro.
Sapendolo malato, una sorta di pudore mi colse nel chiamarlo per chiedergli di scriverla ma, memore che lui stesso tempo addietro mi aveva detto di voler curare la nota critica del mio primo libro, finii col telefonargli.
Tempo due giorni e la busta bianca, dattiloscritta con il tratto inconfondibile di una vecchia macchina da scrivere, faceva capolino nella mia cassetta delle lettere. Colta e appassionata, come nel suo stile.
In calce parole gentili, d’incoraggiamento, per me.
E come me, oggi molti perdono un perno importante della loro realtà artistica: colui che aveva il dono, la voglia e perdippiù l’entusiasmo di aprire il cassetto dei sogni.
Gli stessi che ora, un po’più soli, lo cercheranno nella sua poesia.
Non è questo, in fondo, scrivere? La ricerca dell’immortalità?
Io dico di sì. Grazie, Alberto.
Emily Pigozzi

Nenia della pioggia

tenera pioggia di tarda

primavera

io signora morte

ho ben cavalcato oggi

ben pescato

nel deserto dei sentieri

ove le porte sono pozze

ieri disseccate

tenera pioggia di prima

estate

Alberto Cappi





fate cultura

23 06 2009

ci sono tante piccole cose che chiunque di noi e di voi potrebbe fare per migliorare la situazione culturale del nostro paese, cose che tutti siamo in grado di fare, cose che permetterebbero a chiunque di “fare cultura” o “contro-cultura”

lo so, sarebbe impossibile boicottare Einaudi, anche perchè pubblica tanti titoli indispensabili, basterebbe invece andare a leggere il “Quaderno” del Premio Nobel José Saramago, lo potete fare proprio QUI su questo link

Saramago, che mai come ora mi sarebbe piaciuto che potessimo ascoltare al Festivaletteratura, come Jack Hirschman – che, cosa che purtroppo pochi hanno saputo, a Mantova c’è stato recentemente, o Beppe Costa, entrambi, questi ultimi, autori che andrebbero ascoltati

oppure potreste semplicemente procurarvi e leggere “Il Duca di Mantova” di Franco Cordelli, edito da Rizzoli, quadro d’epoca che racconta l’Italia al tempo di Berlusconi, e se volete sapere qualcosa di più su Cordelli, leggete QUESTA intervista di Claudio Sabelli Fioretti

se ancora non vi basta vi consiglio un altro libro, “Il corpo del capo” di Marco Belpoliti, edito da Guanda, considerato un’interessante metafora vivente della nostra stessa idea di corpo, della sua durata nel tempo, del suo valore e del suo sfruttamento economico

poi continuerei offrendovi una lettura di poesia, con gli “Ultimi versi” di Giovanni Raboni, pubblicati da Garzanti, con una splendida prefazione di Patrizia Valduga

infine, per i più acuti osservatori, inviterei la lettura, o ri-lettura, di 1984 di Eric Arthur Blair, in arte George Orwell, che letto ai nostri giorni può divenire anche un’interessante analisi e confronto tra la retorica stalinista e quella dei nostri politici, con risultati direi sorprendenti

se invece non vi va di leggere, beh, andate a vedervi uno spettacolo del Living Theatre

(Andrea Garbin)





Il 18° vampiro – Claudio Vergnani

19 06 2009

Scordiamoci Bela Lugosi. Scordiamoci il vampiro impomatato e vestito con un’eleganza ineccepibile.  Il non-morto assettato di sangue di Claudio Vergnani, autore modenese al suo esordio per la casa editrice Gargoyle Books, non ha nulla a che fare con quello ormai radicato nell’immaginario collettivo. Né tantomento con la visione new-romantic della stravenduta Stephanie Meyer.  Il vampiro do Vergnani è uno zombie assettato di sangue, su cui la morte ha impresso la propria impronta. E’ un essere condannato alla sete bruciate del liquido mortale, di cui l’autore sa restituire la sofferenza. Qui non ci sono solo morsi sul collo, ma momenti terrificanti, in cui il lettore non può che rabbrividire.
Il gruppo degli ammazzavampiri non è costituito da super eroi in calzamaglia, ma da persone che vivono sulla propria pelle un orrore, placato da sonniferi e tranquillanti.  La narrazione li accompagna, forte, intensa, mai superficiale.
L’incubo del vampiro ritorna costantemente, è fonte di paure, che tuttavia cozzano contro il muro della necessità: la sconfitta del male. Ma alla fine resta il grande dilemma: i vampiri sono veramente il male? E gli ammazzavampiri, non sono forse i sovvertitori di un ordine voluto dalla natura? Quello che l’uomo vede come male, può essere il frutto di una concezione di se stesso falsata, per cui lui si percepisce come bene? No, la natura umana non racchiude mai, completamente il bene…





IL RUMORE DEGLI OCCHI: Sberequeck secondo Grazia Maria Scardaci

9 06 2009

L’immaginario di un bambino passa e attraversa immense distese, in pensieri e concretezza; corre sopra la possibilità d’ogni uomo di poter vedere o solo intuire i confini della fantasia.
Quest’ultima per definizione senza limiti.
Sberequeck è un verso che diventa parola: è il linguaggio giocondo che diventa misura della sofferenza di un bambino, è urlo, è ricerca d’attenzione del mondo adulto, di quello genitoriale, è esorcismo alla paura. Così mentre…

Continua a leggere





2gether 4ever: un saggio per i ragazzi dell’Artscool

5 06 2009

No, non è un errore: si chiama Artscool, ovvero, “Scuola delle arti più cool”. Il nome evoca una moda, qualcosa che si lega al più mero esempio di spettacolo. In realtà, proviamo a pensare a un piccolo paese di provincia, dove la vita scorre piatta. Pensiamo ai ragazzini annoiati, che si perdono nei ring-tone dei cellulari. E ora, pensiamo a una scuola dove possono apprendere l’arte dello stare “on stage”. Cantando, recitando, ballando, liberano energie, incanalate in attività positive. Qualche richiamo ad “Amici” della De Filippi? A “X-Factor”? A… No, basta così. Parliamo di questi ragazzi e bambini, che sabato 30 maggio sono andati in scena, ricordando un po’ gli allievi di “Fame”. Con tanta passione hanno portato in scena, monologhi (da Machbeth alla Litizzetto), balletti (Dirty dancing, con tanto di figura “dell’angelo”), cantanti in erba,  e un piccolo musical, interpretato dalle più piccole. Il soggetto s’ispira all’america dreams: cinque adolescenti, per evitare la sospensione a seguito di una lite “per amore”, avvenuta tra le mura scolastiche, devono mettere in scena un musical, facendo da registi a 14 scatenate bambine. Tra queste, c’è Nicky, snobbata da tutti per la sua timidezza, ma che grazie a una voce incredibile, riesce ad ottenere la parte della protagonista. Il musical è un inno al coraggio di essere se stessi, sicuramente molto semplice, strutturalmente commerciale e privo di intenti intellettualistici… ma vedere le ragazzine in azione sul palcoscenico, ha emozionato l’autrice. Ho scritto questo breve musical, con passione, e la cosa più bella è stata vedere il sorriso delle piccole. Spero di ripetere l’esperienza, migliorando ancora…

Roberta DeTomi