Prima Edizione del Premio di Poesia e Narrativa “Sul Romanzo Blog”

4 09 2009

Rilanciamo con piacere dal blog Sul Romanzo, invitando caldamente chiunque sia interessato alla partecipazione:

 “La situazione italiana angoscia molti da anni. Non sono i principi ahimè a destare oramai più inquietudine – tanti vivono in un torpore di rassegnazione passiva -, quanto invece le conseguenze, in un clima che incespica di continuo fra provocazioni e smentite, menzogne e promesse vane, atti illiberali e fomentati razzismi. E gran parte della società italiana ne assorbe i modi, i toni, le gesta. Allora ognuno, credo, se percepisce vere le mie frasi, dovrebbe nel suo piccolo attivarsi, oltre che interrogarsi. E non soltanto con geremiadi da bar e slanci volitivi da condividere illusoriamente con il compagno di boutade, bensì con azioni coraggiose, rischiando, di tasca propria.

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ESTATE CANAGLIA

13 08 2009
Estate piena di proposte di legge fantasmatiche, fantasmagoriche… a volte solo fanatiche.
Quelle della Lega sono volte, perlopiù, all’attacco demagogico dell’unità nazionale, al ritorno a un secessionismo simbolico, in mancanza di uno storico, alla rimarcazione di un federalismo culturale che vuole soltanto mascherare il possibile fallimento di quello fiscale.
Quelle dell’estrema destra vanno all’opposto, con un lessico nazionalista da far paura.
Alcune facili conclusioni.
É chiaro che il centro(di)destra è diviso quanto e di più del centro(non)sinistra, ma nessuno ci vuol credere.
Le polemiche estive, vedi alla voce Lega, sono totalmente fittizie, ma tutti ci credono.
Le radici cristiane d’Italia (come d’Europa) valgono bene una messa, ma non una proposta costituzionale.
A riprova di questo, un fatto culturale di dimensioni millenarie viene ridotto a una proposta di legge di neanche dieci righe, vedi immagine.
La spoporzione è notevole. Sarà che cultura e (imposizione per) legge non vanno d’accordo?
L’unica risposta democratica a questa estate canaglia è credere a questa domanda, credo.

(Lorenzo Mari)





14 07 2009





fate cultura

23 06 2009

ci sono tante piccole cose che chiunque di noi e di voi potrebbe fare per migliorare la situazione culturale del nostro paese, cose che tutti siamo in grado di fare, cose che permetterebbero a chiunque di “fare cultura” o “contro-cultura”

lo so, sarebbe impossibile boicottare Einaudi, anche perchè pubblica tanti titoli indispensabili, basterebbe invece andare a leggere il “Quaderno” del Premio Nobel José Saramago, lo potete fare proprio QUI su questo link

Saramago, che mai come ora mi sarebbe piaciuto che potessimo ascoltare al Festivaletteratura, come Jack Hirschman – che, cosa che purtroppo pochi hanno saputo, a Mantova c’è stato recentemente, o Beppe Costa, entrambi, questi ultimi, autori che andrebbero ascoltati

oppure potreste semplicemente procurarvi e leggere “Il Duca di Mantova” di Franco Cordelli, edito da Rizzoli, quadro d’epoca che racconta l’Italia al tempo di Berlusconi, e se volete sapere qualcosa di più su Cordelli, leggete QUESTA intervista di Claudio Sabelli Fioretti

se ancora non vi basta vi consiglio un altro libro, “Il corpo del capo” di Marco Belpoliti, edito da Guanda, considerato un’interessante metafora vivente della nostra stessa idea di corpo, della sua durata nel tempo, del suo valore e del suo sfruttamento economico

poi continuerei offrendovi una lettura di poesia, con gli “Ultimi versi” di Giovanni Raboni, pubblicati da Garzanti, con una splendida prefazione di Patrizia Valduga

infine, per i più acuti osservatori, inviterei la lettura, o ri-lettura, di 1984 di Eric Arthur Blair, in arte George Orwell, che letto ai nostri giorni può divenire anche un’interessante analisi e confronto tra la retorica stalinista e quella dei nostri politici, con risultati direi sorprendenti

se invece non vi va di leggere, beh, andate a vedervi uno spettacolo del Living Theatre

(Andrea Garbin)





MYSTERIES AND SMALLER PIECES – Il Living Theatre di New York in provincia di Mantova

27 05 2009

Cinque, dieci, quindici minuti. Il tempo scorre lentissimo e il giovane uomo in piedi sul palco resta bloccato con lo sguardo fisso nel vuoto. Non muove un muscolo, potrebbe essere una statua ma non lo è, perché fatto di carne e perché ogni tanto le sue palpebre si abbassano leggermente per lubrificare gli occhi. È vivo. È un attore. È la cartina tornasole dell’insofferenza, delle risatine soffocate, dell’impazienza, della delusione del pubblico che batte le mani e sbuffa. Di quel pubblico ancora una volta provocato e toccato senza reticenze dal Living Theatre.

“Mysteries and Smaller Pieces” (“Misteri e Piccoli Pezzi”), creato a Parigi nel 1964, esplode nuovamente sulla scena traghettando sgomento e disarmo. Questa volta lo fa nel teatro di Medole, il comune che in collaborazione con l’Associazione culturale “I Saggi e i Folli” ha ospitato – con felice intuizione – il laboratorio teatrale diretto da Gary Brackett con la partecipazione di Enoch Wu e Jeff Nash del Living Theatre Europa. Trenta in tutto i partecipanti, tra attori e professionisti e non, che hanno risposto al richiamo e che dopo una settimana di duro lavoro, a sentire i loro racconti, hanno dato luce a uno spettacolo in cui “si aprono le porte a una tecnica sovversiva”, secondo le parole di Judith Malina. Le sorgenti di riferimento sono il teatro politico di Brecht e Piscator, la biomeccanica di Mejerchol’d, il teatro della crudeltà di Artaud.

L’immobilità del giovane è interrotta all’improvviso dalla marcia e dalle pulizie indaffarate di uomini che entrano dal fondo del teatro con movimenti scattanti che continuano fin sul palco. Sembrano tanti tasselli di un’infinita catena di montaggio che si sbriciola e ricompone lasciando sorpreso il pubblico, tanto che qualcuno già si alza e abbandona la sala. Ma la parte più toccante, che unge il cuore di profonda emozione, è quella in cui gli attori scendono dal palcoscenico (prima gremito di buio)  con movimenti lenti, facendo ondeggiare bastoncini d’incenso che allagano l’aria di un odore intenso, così come il loro sguardo che si fissa su quello rapito e anche imbarazzato degli spettatori. Ora ci sono, infatti, uomini e donne che ti guardano e ti vedono, senza ombreggiature di convenzionalità o censura. Hanno occhi come pietre d’ebano, fonde e scure. Occhi che toccano. Alla scena che deriva dalle esperienze orientali di Nona Howard succede poi la “Canzone di strada” di Jackson Browne. “Basta con le guerre!” è la richiesta che si ripete continuamente, alternata ad altri “basta” contro la corruzione, l’inquinamento, il precariato e tutti mali della società odierna. Una canzone che purtroppo è trasversale ad ogni tempo e che il Living ripropone in qualche parte mutata a seconda del periodo, degli accadimenti e del luogo in cui viene proposta. Una ragazza seduta a gambe incrociate sul palco dà il ritmo ai “frammenti di canzone” degli altri attori che, sparsi nella sala, danno voce ai loro “basta”. Gli altri pezzi più riusciti dei “Mysteries and Smaller Pieces” sono  i “Tableaux vivant” e i “Suoni e movimento” di Lee Worley e Joe Chaikin, in cui scorre un’ironia che non è mai edulcorante per la realtà ma sua forza esplicativa e narratrice. Stupisce soprattutto in queste ultime parti la bravura dei partecipanti del laboratorio che hanno lavorato insieme per una sola settimana creando una sintonia davvero incredibile. Decisamente meno convincente, invece, il pezzo de’ “La Peste” di Artaud a cui era affidata una forte responsabilità. L’esasperazione inappropriata, infatti, di alcuni attori, forse troppo bulimici di attenzione, non ha mancato di suscitare qualche risata anziché lo sgomento e lo sconvolgimento che il teatro della crudeltà mira a innescare con l’esperienza diretta (“perché andare a teatro deve essere come andare dal dentista” dice Artaud).  Sembrava quasi di assistere a un live di zombie usciti dal film “L’alba dei morti viventi” e questo ha spezzato – e rovinato – non poco la disarmante atmosfera della serata. Suggestiva e toccante, invece, la scena finale della raccolta dei corpi dei defunti a cui il male non ha lasciato scampo. Non resta che accatastare i regni di carne stroncati dalla peste.

Il Living Theatre parla tramite gli sguardi, le voci, il respiro e il movimento. Strappa la superficie caliginosa delle attese, disarma senza compiacimento la corazza delle aspettative. Il Living Theatre non si richiude nel cerchio delle parole ma lo spezza facendole librare attraverso il corpo, l’aria che entra ed esce dai polmoni, le corde vocali che vibrano, ma soprattutto con la voglia profonda di dire e comunicare per mezzo della vita. Come dice, infatti, lo stesso Gary Brackett: “Entrare nella vita attraverso il teatro. Unione: fine delle divisioni”.

Sara Belligeri





la prova Ginsborg, i libri, i media, la politica…

24 09 2008

non scrivo nulla e non esprimo il mio pensiero, vi lascio solo questo video. A voi tutti commentare.





LA SINDROME DI SATURNO (Analisi “psico-mitologica” sulle proporzioni sempre più XL della patologia sociale del momento. Le proposte: rivoluzione o stoica resistenza per sopravvivere?)

8 09 2008

La sindrome di Saturno è la malattia di questo periodo. Diffusa, a lungo sottovalutata e ora protagonista indiscussa, non si può affermare che abbia un anniversario preciso in cui proclamare il suo esordio. Diciamo piuttosto che esiste da tempo. Si parla di una patologia che si è resa tangibile nel momento stesso in cui i suoi effetti sono dilagati e straripati nell’odierna società. Il nome ha un debito, come ben s’intuisce, con il mito greco di Kronos, alias Saturno. Lo chiameremo Saturno in onore alla nostra latinità e poi perché l’Italia rappresenta una delle zone più colpite e in cui la malattia si è propagata maggiormente. Motivo? Il contagio ha trovato un terreno molto fertile dove le scuse possono finire solo a maggese. Ma veniamo alla doverosa descrizione. Innanzitutto chi ha la sindrome di Saturno divora il tempo, lo mangia, lo congela, lo ferma perché (un perché inconscio, si crede) non vuole essere sostituito dal Nuovo, dal Prossimo, dal Figlio (rifacendoci al mito). E così il portatore della sindrome costringe una fetta di vita a bloccarsi, silurando il futuro con la coccarda costantemente rammendata e suffragata del passato. La sindrome di Saturno si manifesta principalmente attraverso il tentativo (questo il segno primario della patologia) di non permettere di essere e divenire (suvvia, per capirci non serve essere dei filosofi!) a chi si affaccia dalla balaustra della vita per immergersi tra responsabilità, impegni, autonomia, indipendenza. Il mezzo principale? Togliere possibilità. Un esempio per chi non fosse specialista del campo è dovuto, anche se ormai la maggior parte della popolazione ne è diventata fenomenologa per forza di cose. Pensiamo dunque a tutti quei casi in cui i datori di lavoro (termine da non intendersi nel senso letterale) non si degnano di pagare i nuovi giovani lavoratori costringendoli a mesi di stage che anziché fungere da anti-disoccupazione si sono dimostrati un valido “rinforzante” per la sindrome, rendendola particolarmente virulenta e resistente a qualsiasi risposta di contenimento. Mi spiego: per ora non sembrano esistere cure efficaci. Dunque, i datori di lavoro con sindrome di Saturno richiedono maggiori competenze ai giovani arrivati, più di quante non ne avessero loro. Vuoi diventare la tal figura professionale? Fai l’università, due master – parola sontuosa, pedante, unta e bisunta, elitaria al punto giusto – da cinquemila o diecimila euro l’uno (pagati dai genitori o da anni di lavoro), cinque o sei stage (tanto per raggranellare un po’ di forza lavoro gratuita che non guasta mai) e tieniti infine in tasca il bel ricordo della “lieta” giovinezza precaria. Già, perché per te non c’è posto. E la vecchia, cara, preziosa gavetta? Mai sentita nominare! Già, a meno che non vogliamo chiamare gavetta quel blob variegato da miriadi di corse tuttofare che inizia all’alba dei 30 anni, l’età in cui i “muccianiani” credono che la gente sia semplicemente impegnata a schioccare l’ultimo bacio come se il lavoro fosse soltanto un apostrofo nero tra le parole: “Che faccio?”.

Ma è doveroso a tal proposito un approfondimento finalizzato a comprendere in modo esaustivo le caratteristiche peculiari della sindrome. Le domande aiutano l’approfondimento. Perché chi richiede al Nuovo questo percorso infinito non ha compiuto nemmeno un frammento di tutto ciò? Perché il Saturno in questione parla della precarietà come di un flagello e poi è il primo a fomentarla nei luoghi di lavoro? Perché colui che sostiene di aver difeso e di difendere tuttora il rispetto e la dignità si giustifica col dire che è costretto a pagare in nero e che nella vita bisogna per forza soffrire? …Tranne lui, perché ha già dato, ovviamente. Mal comune mezzo gaudio? Non si sa. Certo è che la Sindrome si tramuta spesso e volentieri in un buco nero dei perché. Quando, infatti, il Nuovo è talmente esasperato da lanciare in aria i suoi perché come coriandoli roventi il Saturnista in questione (altro neologismo doveroso) fa spallucce e risponde: “O così o cosà!”.

I Saturnisti presentano ulteriori segni indiscutibili che è bene menzionare. Il loro tempo era e sempre sarà il migliore. Alcuni (e non così esigui) hanno persino fatto il ‘68 (a proposito: si spera in un vaccino prima della fine del quarantennale) ma quando hanno sostituito i Padri hanno incredibilmente esclamato: “Auf Wiedersehen agli ideali!”. Già perché la sindrome esplode senza avvisare e può essere preceduta da comportamenti completamente differenti da quelli successivi. Chi saltava in piazza per i diritti non si fa troppi scrupoli a pagare 200 euro mensili un giovane lavoratore che dovrebbe sentirsi soddisfatto solo per la possibilità di fare esperienza. Ma ancora. I Saturnisti se non trovi lavoro a 27-28 anni sono capaci di rivolgerti un mega sorriso esclamando con gioia trillante, manco fosse il tuo compleanno: “Ma di che cosa ti preoccupi, tu che sei giovane come l’acqua?”. Se il 28enne si rivolgesse alla stessa maniera molto probabilmente verrebbe silurato da una sventola. I Saturnisti guardano il Nuovo come se fosse un marziano se per caso quest’ultimo allude all’idea di trasformarsi, dopo anni di infinita gavetta, in un dipendente stipendiato. Per i Saturnisti, infatti, il valore del volontariato è insostituibile e quindi a meno che non diventi un lavoratore volontario non ci sono speranze. Devi dimostrare, per dio, di voler ottenere ciò a cui aspiri! E quindi niente stipendio, al massimo la metà della metà se va bene. I Saturnisti, inoltre, non concepiscono il connubio formazione e indipendenza. Pretendono che si studi fino a 40 anni ingrassando le tasche di chi insegna (attenzione, leggere le avvertenze: parliamo dei soliti amici che sfornano corsi e master propinandoli come “necessariamente necessari”) e pubblicizza specializzazioni che non fanno rima con occupazioni ma dis, mi raccomando, disoccupazioni. I Saturnisti sono degli estimatori – attaccati con la colla armena, resistentissima – dell’ancien regime. La raccomandazione diventa il filo di Arianna della loro eredità che serpeggia tra i vari cunicoli lavorativi senza mai spezzarsi. Il potere della parolina giusta al momento giusto permette, infatti, ai propri figli, o ai figli degli amici, del vicino di casa simpatico o del parente devoto di rendere un eterno grazie nei secoli dei secoli…Amen. Eh sì, perché caratteristica dei Saturnisti è la paura di scomparire, languire, morire. I Saturnisti, infatti, si credono degli Highlander. Più che tramandare valori pretendono l’eredità dei posti, divani, poltrone e poltroncine che abbiano incorporata la firma indelebile della loro zampa. Ma attenzione i Saturnisti si arrabbiano sdegnati (nuovo segno della sindrome da annotare sul taccuino) se tale comportamento è attuato da altri. I Saturnisti, infatti, non sopportano che qualcun altro abbia la meglio (tipo il figlio di un altro Saturnista) ed è allora che condannano la raccomandazione con fare disgustato. E si dimenticano del saturnismo. Incredibile questa malattia!

I Saturnisti congelano i Nuovi in un passato da cui non è possibile sfuggire. Cristallizzano le vite altrui come se fossero cubetti di minestrone destinandoli ad un tempo ingolfato, bloccato, spento. Non garantendo stipendi, assunzioni, sicurezze, aperture fanno sì che i Nuovi a 25, 30 e anche 35 anni, non diventino genitori o escano di casa creando altrettanti nuclei famigliari. No, li costringono per necessità a rimanere avvinghiati (e frustrati) al suolo parentale consentendo così ai vari mamma e papà di 55/60 anni di sentirsi più giovani (come se avessero, infatti, eterni figli adolescenti) ma anche più caricati della spesa economica che il mantenimento dei grandi-piccoli pargoli richiede di garantire. Il brutto è che in molti casi la sindrome di Saturno ha determinato nei Nuovi (chiamati i “Dalle stelle alle stalle”, nuovo gruppo rock and roll degli anni 2.000) riflessi differenti. In alcuni ha scatenato un tenace tentativo di emancipazione nonostante tutto, in altri ha come appassito la volontà facendoli adeguare al ruolo di figli appesi al cordone ombelicale. Questi Nuovi, contagiati dal Saturnismo nella sua inarrestabile mutazione, si autodefiniscono ragazzini a 30 anni, impazziscono se devono lavare una mattonella da soli o fare la spesa e rimangono a casa senza cercare di affrontare le difficoltà. Qualcuno li ha chiamati Bamboccioni cadendo nell’errore di fare di tutta l’erba un fascio. Ma ricordiamo che le nomenclature delle patologie esigono maggiore precisione. Pena una reazione più che giustificata di rabbia e incavolature.

Ma i Saurnisti hanno anche saputo sfornare – questo va dato merito – eserciti di Nuovi altamente specializzati nell’attività di libero (molto libero, si può dire: disoccupato) professionista di “scrittore di curriculum vitae” (si prevede, tra l’altro, la nascita di master specifici anche per questo) facendoli volare in lungo e in largo attraverso le regioni via e-mail, posta, fax e segnali di fumo, ahimè senza risposta. In vari casi, a dir la verità sempre più numerosi, sono planati direttamente fuori dai confini italiani posandosi sul suolo di altri Paesi, emigrando totalmente. Motivo? Anch’io devo vivere. Anch’io voglio giocare al gioco dei grandi. Svegliarmi accanto al mio compagno/a. Salutarlo/a per andare al lavoro. Avere un figlio. Pensare a domani – domani – domani. Non a un eterno ieri.

I Saturnisti sostengono inoltre che il bello non c’è più.Che le grandi cose sono solo di ieri, come i veri divi, le storie, l’arte, persino l’amore. I Saturnisti possono anche rifiutarsi di riconoscersi come nonni e pretendono di essere genitori dei loro nipoti. Già perché i Saturnisti sono invidiosi, insicuri, terrorizzati di invecchiare. Hanno paura che il loro orticello venga espugnato, che la loro orma cada nell’oblio. Vogliono il “per sempre”. Costringere a un rapporto ancillare è la loro unica soluzione.

La sindrome è largamente diffusa e non fa distinzione tra politici, professionisti, Nuovi amanti del Saturnismo, suoceri e suocere e chi più ne ha più ne metta. Purtroppo anche coloro che non sono stati colpiti direttamente dal male ne subiscono comunque gli effetti. Insicurezza, depressione, calo della fiducia le conseguenze più lampanti nei Nuovi. Esito finale: l’esilio. Già perché a questo fu condannato Saturno. E così la sindrome sembra condannare non solo i portatori ma anche i Nuovi che si slacciano da un sogno, da un’aspirazione, dall’idea del domani. Per sopravvivere i Nuovi sono diventati equilibristi del quotidiano, acrobati con le vertigini zoppicanti verso il futuro, vedovi di quel bene insostituibile che è la speranza che sembra far rima con illusione. Ma prima o poi i Saturnisti si accorgeranno del loro male (nei casi in cui la sindrome è particolarmente aggressiva si prevede che lo squarcio di consapevolezza non avverrà mai). I Saturnisti scopriranno un giorno che privare i Nuovi di un futuro significa cancellare la memoria più importante, quella che di fatto dovrebbe e deve essere quotidiana perché vitale: la memoria della speranza.

Nel frattempo non ci resta che confidare nella cura del “creare nonostante tutto”. E per ora: buona guarigione a tutti.

Sara Bellingeri

P.S. Scritto da una persona che lavora e convive e che ogni giorno incontra storie della sindrome di Saturno sui giornali, negli occhi e nei racconti di chi conosce. A queste persone appassionate, volenterose, tenaci e piene di intelligenza e sensibilità è diretta la mia dedica con la speranza (pur condita di un certo pessimismo) che si arrivi un svolta. Dedico questo scritto anche a chi sosteneva che nutriti di certi ideali e senza raccomandazioni non si campa. Ebbene, cari Saturnisti giovani o maturi che siate, tale pamphlet(dilatato) è anche per voi che non ci credevate. Con l’onesta non solo si può campare, pur con sacrifici, ma ci si dorme. Pensa un po’…





…dei diritti umani (in risposta a Zhang Yimou)

23 08 2008

Ricordate il film Lanterne rosse? La sua trama, il suo significato? Ripensate alle tre mogli di Chen che si ritrovano in quel turbine di gelosie, di continua lotta tra loro, in quelle mura domestiche che viste dall’esterno sembrano dorate, ma che in realtà cingono un ambiente ricco di odio, di trame omicide, di ossessioni, di malumori e di gelosie. Quel film, tratto dal romanzo Mogli e concubine di Su Tong e pubblicato in Italia da Feltrinelli, mostra quali possano essere le reazioni e i comportamenti di un essere umano se prigioniero di un sistema. Ci fa vedere che un qualsiasi sistema può affascinarci, può mostrarsi splendente al mondo intero e di conseguenza apparire bello all’occhio umano, ma l’occhio umano, si sa, vede solo in superficie, e quando scopriamo che i meccanismi interni, quelli che tengono in piedi il sistema, sono brutali, ci viene difficile vedere ancora una forma di bellezza in quel sistema che sotto quella sua bellissima maschera nasconde del marcio. Tutto questo il regista Zhang Yimou ce l’ho ha mostrato con grande maestria conquistando numerosi premi tra cui il prestigioso David di Donatello e il Leone d’argento a Venezia. Tuttavia Zhang ha dimostrato sin da quel film di essere figlio del regime cinese. Basta pensare che nel libro le lanterne rosse non esistono e che sono state aggiunte solo nel film e che possono essere viste proprio come il simbolo del potere e della sua perversione.

Ora ricordate il film Hero? La trama ci dice che la Cina è divisa in 7 regni in continua lotta tra loro. Ci mostra un guerriero sconosciuto che attua un complicato intreccio per uccidere Qin, l’unico re in grado di unificare l’impero, per mezzo di metodi ed intrighi che poco fanno conto di quanto possa valere una vita umana. Ed è infatti per questi motivi che nel 2002 molti critici hanno accusato il film di promuovere il totalitarismo della politica cinese facendo intendere che l’unità del paese sia di gran lunga più importante della libertà e dei diritti umani. Al tempo Zhang ha negato che quello sia il messaggio che voleva dare. E’ anche vero però che Hero è uno dei rari casi in cui il governo cinese sia intervenuto sponsorizzando la pellicola.

Più recentemente, nel suo ultimo film, La foresta dei pugnali volanti, Zangh si limita invece ad esaltare i personaggi andando a completare il lavoro fatto col precedente Hero. Sembra quasi che con questo film abbia voluto assumere una posizione neutrale e rivalutare quel lato umano che in Hero aveva messo in secondo piano. Ebbene dopo aver visto questi film e dopo aver visto la cerimonia di apertura dei giochi olimpici, da lui stesso diretta, non mi pare ci sia da stupirsi delle sue ultime affermazioni. Zhang ha dichiarato che “i diritti umani rendono l’occidente inefficiente e non gli consentono di raggiungere gli elevati standard organizzativi e artistici di cui sono capaci i cinesi” ha continuato dicendo che “le uniformità dei cinesi producono bellezza” ha rimarcato la dose affermando che “solo con il senso dell’ordine, con l’ubbidienza, la bellezza delle masse e il loro movimento armonico si possono realizzare elevate interpretazioni artistiche” e ha ricordato che “è grazie alla nostra cultura che noi cinesi riusciamo in una sola settimana a realizzare ciò che gli europei fanno in un mese”.

Vorrei tanto, caro Zhang, che ti rendessi conto di quanto la tua arte e le tue parole si contraddicano, ma non è necessario discutere della tua bravura come regista, perché Zhang, sei veramente bravo, probabilmente il migliore in Cina. Il problema, credo, è che tu forse non sai, non conosci a fondo, in maniera profonda il vero significato della parola arte. Ti contraddici quando dici che è necessaria la bellezza delle masse, perché se le masse fossero composte solo da individui che esprimono bellezza, il risultato sarebbe uno standard, e la bellezza non può essere uno standard, la bellezza è una variazione, è qualcosa che esce, anche se di poco, da uno schema costruito a tavolino. Caro Zhang, ti sbagli quando dici che i diritti umani frenano l’occidente, perché il loro rispetto può anche rallentare la realizzazione di alcuni progetti, forse l’Europa è più burocratica e attenta all’individuo umano, ma questo non è affatto un freno, né all’arte né alla civiltà. Il nostro rispetto dei diritti umani viene da una lunga storia, dalla nostra esperienza storico-culturale, e il non rispetto dei diritti umani non può certo essere quella cosa in più che permette di realizzare qualcosa di artisticamente più alto. Le tue parole non fanno che dimostrare quanto la Cina sia ancora distante dall’Europa e dall’occidente, mettono in vista il disprezzo del regime cinese nei confronti della libertà, della democrazia e dei diritti delle persone.

Caro Zhang, quando ho visto la cerimonia di apertura da te diretta, sono rimasto stupito per alcune immagini veramente belle, ma la bellezza vera non è solo qualcosa che vedi con gli occhi e morta lì. Hai fatto l’esempio della scena in cui centinaia di figuranti hanno coperto il suolo dello stadio rappresentando un’enorme tastiera con i simboli cinesi a muoversi su e giù come tasti pigiati. Queste le tue parole “gli esecutori obbediscono e sono in grado di farlo come un computer, è questo lo spirito cinese”. Hai ragione, questo è lo spirito cinese: quello di un computer, di una macchina, non umano, non delle individualità, non del lavoro di squadra, non della passione, ma lo spirito di chi viene sottomesso per volere del sistema. La tua bellissima cerimonia di apertura non è altro che una maschera d’ipocrisia a cui non hanno partecipato delle vere e proprie comparse, insomma diciamo le cose come stanno, molte di quelle persone, come dici tu, conosco la disciplina e l’obbedienza, è certo, sono corpi dell’esercito! E poi, na piccola bambina messa lì solo per il suo aspetto fotogenico che muove le labbra al canto di una voce che non è la sua, ma di un’altra bambina (una certa Yang Pevi, di 7 anni) in un paese dove i bambini vengono sfruttati, è forse questo l’elevato standard artistico? Una danzatrice che cade e si rompe una costola perché stremata, è forse questo? Fasulli fuochi d’artificio inseriti nella diretta grazie all’ausilio dei computer, è forse questa l’arte che intendi? E che dire delle facciate degli edifici di alcuni quartieri nei dintorni della città olimpica, edifici rimessi a nuovo, peccato che si tratti solo di facciate di legno, anche questo è l’elevato standard cinese? Ma soprattutto che dire della scenografia, della totale assenza di alcuni importanti periodi storici, ma del continuo tentativo di voler mostrare la grandezza cinese. Arte? O forse propaganda? Vorrei che non ti dimenticassi poi di tutte quelle persone che per prudenza sono state lasciate dal “regime” senza corrente elettrica. Sarebbe stato troppo buffo vedere la Cina sbeffeggiata da un blackout proprio durante l’apertura dei giochi. Anche questo si fa per l’arte? Anche la repressione in Tibet si fa per l’arte, per mantenere l’elevato standard cinese?

Carissimo Zhang, ti sei lamentato perché non hai ancora avuto la possibilità di realizzare qualcosa in Europa, usando come scusante la presenza di troppe rigide norme di lavoro e dei sindacati, e ribadendo che quei diritti umani non sono altro che un intralcio, un ostacolo alla realizzazione di qualcosa di eccezionale. Dimentichi forse che il tempo dei Faraoni è oramai estinto. Tutte le tue affermazioni dimostrano che come sempre accade l’arte è un dono che spesso ci si ritrova tra le mani e che il più delle volte non ci meritiamo. Il tuo più grande errore è stato forse quello di realizzare una cerimonia ideologicamente come se fosse un film, una finzione, e l’arte non è finzione. L’arte appartiene al reale.

Hai detto che “l’Europa non ha capito nulla” che “si ostina a pensare che i diritti delle persone siano più importanti dello scopo”. Ebbene ricordi quelle lanterne rosse? Non c’erano nel libro. Sono state aggiunte come abbellimento estetico per il film. Ma proprio quelle lanterne tornano a rivivere nello stadio a Nido d’uccello: il vero scopo dello spirito cinese di queste olimpiadi, far vedere la vostra grandezza. Quello stadio è un’enorme lanterna rossa destinata a mettere in luce tutte le controversie del potere, un potere messo ancora più in luce quando, alla fine, la bandiera della Repubblica Popolare Cinese è stata portata da alcuni soldati sotto il pennone violando uno dei punti fondamentali del regolamento olimpico, che impedisce ad ogni bandiera, esclusa quella olimpica, di essere portata all’interno dello stadio. Caro Zhang, l’arte è qualcosa che proviene dall’uomo e nel momento in cui violi i suoi diritti di uomo inculcandogli, come dici tu, lo spirito del computer, il risultato non è più arte, non è più bellezza. E’ solo una maschera!

posted by Andrea Garbin