La sindrome di Saturno è la malattia di questo periodo. Diffusa, a lungo sottovalutata e ora protagonista indiscussa, non si può affermare che abbia un anniversario preciso in cui proclamare il suo esordio. Diciamo piuttosto che esiste da tempo. Si parla di una patologia che si è resa tangibile nel momento stesso in cui i suoi effetti sono dilagati e straripati nell’odierna società. Il nome ha un debito, come ben s’intuisce, con il mito greco di Kronos, alias Saturno. Lo chiameremo Saturno in onore alla nostra latinità e poi perché l’Italia rappresenta una delle zone più colpite e in cui la malattia si è propagata maggiormente. Motivo? Il contagio ha trovato un terreno molto fertile dove le scuse possono finire solo a maggese. Ma veniamo alla doverosa descrizione. Innanzitutto chi ha la sindrome di Saturno divora il tempo, lo mangia, lo congela, lo ferma perché (un perché inconscio, si crede) non vuole essere sostituito dal Nuovo, dal Prossimo, dal Figlio (rifacendoci al mito). E così il portatore della sindrome costringe una fetta di vita a bloccarsi, silurando il futuro con la coccarda costantemente rammendata e suffragata del passato. La sindrome di Saturno si manifesta principalmente attraverso il tentativo (questo il segno primario della patologia) di non permettere di essere e divenire (suvvia, per capirci non serve essere dei filosofi!) a chi si affaccia dalla balaustra della vita per immergersi tra responsabilità, impegni, autonomia, indipendenza. Il mezzo principale? Togliere possibilità. Un esempio per chi non fosse specialista del campo è dovuto, anche se ormai la maggior parte della popolazione ne è diventata fenomenologa per forza di cose. Pensiamo dunque a tutti quei casi in cui i datori di lavoro (termine da non intendersi nel senso letterale) non si degnano di pagare i nuovi giovani lavoratori costringendoli a mesi di stage che anziché fungere da anti-disoccupazione si sono dimostrati un valido “rinforzante” per la sindrome, rendendola particolarmente virulenta e resistente a qualsiasi risposta di contenimento. Mi spiego: per ora non sembrano esistere cure efficaci. Dunque, i datori di lavoro con sindrome di Saturno richiedono maggiori competenze ai giovani arrivati, più di quante non ne avessero loro. Vuoi diventare la tal figura professionale? Fai l’università, due master – parola sontuosa, pedante, unta e bisunta, elitaria al punto giusto – da cinquemila o diecimila euro l’uno (pagati dai genitori o da anni di lavoro), cinque o sei stage (tanto per raggranellare un po’ di forza lavoro gratuita che non guasta mai) e tieniti infine in tasca il bel ricordo della “lieta” giovinezza precaria. Già, perché per te non c’è posto. E la vecchia, cara, preziosa gavetta? Mai sentita nominare! Già, a meno che non vogliamo chiamare gavetta quel blob variegato da miriadi di corse tuttofare che inizia all’alba dei 30 anni, l’età in cui i “muccianiani” credono che la gente sia semplicemente impegnata a schioccare l’ultimo bacio come se il lavoro fosse soltanto un apostrofo nero tra le parole: “Che faccio?”.
Ma è doveroso a tal proposito un approfondimento finalizzato a comprendere in modo esaustivo le caratteristiche peculiari della sindrome. Le domande aiutano l’approfondimento. Perché chi richiede al Nuovo questo percorso infinito non ha compiuto nemmeno un frammento di tutto ciò? Perché il Saturno in questione parla della precarietà come di un flagello e poi è il primo a fomentarla nei luoghi di lavoro? Perché colui che sostiene di aver difeso e di difendere tuttora il rispetto e la dignità si giustifica col dire che è costretto a pagare in nero e che nella vita bisogna per forza soffrire? …Tranne lui, perché ha già dato, ovviamente. Mal comune mezzo gaudio? Non si sa. Certo è che la Sindrome si tramuta spesso e volentieri in un buco nero dei perché. Quando, infatti, il Nuovo è talmente esasperato da lanciare in aria i suoi perché come coriandoli roventi il Saturnista in questione (altro neologismo doveroso) fa spallucce e risponde: “O così o cosà!”.
I Saturnisti presentano ulteriori segni indiscutibili che è bene menzionare. Il loro tempo era e sempre sarà il migliore. Alcuni (e non così esigui) hanno persino fatto il ‘68 (a proposito: si spera in un vaccino prima della fine del quarantennale) ma quando hanno sostituito i Padri hanno incredibilmente esclamato: “Auf Wiedersehen agli ideali!”. Già perché la sindrome esplode senza avvisare e può essere preceduta da comportamenti completamente differenti da quelli successivi. Chi saltava in piazza per i diritti non si fa troppi scrupoli a pagare 200 euro mensili un giovane lavoratore che dovrebbe sentirsi soddisfatto solo per la possibilità di fare esperienza. Ma ancora. I Saturnisti se non trovi lavoro a 27-28 anni sono capaci di rivolgerti un mega sorriso esclamando con gioia trillante, manco fosse il tuo compleanno: “Ma di che cosa ti preoccupi, tu che sei giovane come l’acqua?”. Se il 28enne si rivolgesse alla stessa maniera molto probabilmente verrebbe silurato da una sventola. I Saturnisti guardano il Nuovo come se fosse un marziano se per caso quest’ultimo allude all’idea di trasformarsi, dopo anni di infinita gavetta, in un dipendente stipendiato. Per i Saturnisti, infatti, il valore del volontariato è insostituibile e quindi a meno che non diventi un lavoratore volontario non ci sono speranze. Devi dimostrare, per dio, di voler ottenere ciò a cui aspiri! E quindi niente stipendio, al massimo la metà della metà se va bene. I Saturnisti, inoltre, non concepiscono il connubio formazione e indipendenza. Pretendono che si studi fino a 40 anni ingrassando le tasche di chi insegna (attenzione, leggere le avvertenze: parliamo dei soliti amici che sfornano corsi e master propinandoli come “necessariamente necessari”) e pubblicizza specializzazioni che non fanno rima con occupazioni ma dis, mi raccomando, disoccupazioni. I Saturnisti sono degli estimatori – attaccati con la colla armena, resistentissima – dell’ancien regime. La raccomandazione diventa il filo di Arianna della loro eredità che serpeggia tra i vari cunicoli lavorativi senza mai spezzarsi. Il potere della parolina giusta al momento giusto permette, infatti, ai propri figli, o ai figli degli amici, del vicino di casa simpatico o del parente devoto di rendere un eterno grazie nei secoli dei secoli…Amen. Eh sì, perché caratteristica dei Saturnisti è la paura di scomparire, languire, morire. I Saturnisti, infatti, si credono degli Highlander. Più che tramandare valori pretendono l’eredità dei posti, divani, poltrone e poltroncine che abbiano incorporata la firma indelebile della loro zampa. Ma attenzione i Saturnisti si arrabbiano sdegnati (nuovo segno della sindrome da annotare sul taccuino) se tale comportamento è attuato da altri. I Saturnisti, infatti, non sopportano che qualcun altro abbia la meglio (tipo il figlio di un altro Saturnista) ed è allora che condannano la raccomandazione con fare disgustato. E si dimenticano del saturnismo. Incredibile questa malattia!
I Saturnisti congelano i Nuovi in un passato da cui non è possibile sfuggire. Cristallizzano le vite altrui come se fossero cubetti di minestrone destinandoli ad un tempo ingolfato, bloccato, spento. Non garantendo stipendi, assunzioni, sicurezze, aperture fanno sì che i Nuovi a 25, 30 e anche 35 anni, non diventino genitori o escano di casa creando altrettanti nuclei famigliari. No, li costringono per necessità a rimanere avvinghiati (e frustrati) al suolo parentale consentendo così ai vari mamma e papà di 55/60 anni di sentirsi più giovani (come se avessero, infatti, eterni figli adolescenti) ma anche più caricati della spesa economica che il mantenimento dei grandi-piccoli pargoli richiede di garantire. Il brutto è che in molti casi la sindrome di Saturno ha determinato nei Nuovi (chiamati i “Dalle stelle alle stalle”, nuovo gruppo rock and roll degli anni 2.000) riflessi differenti. In alcuni ha scatenato un tenace tentativo di emancipazione nonostante tutto, in altri ha come appassito la volontà facendoli adeguare al ruolo di figli appesi al cordone ombelicale. Questi Nuovi, contagiati dal Saturnismo nella sua inarrestabile mutazione, si autodefiniscono ragazzini a 30 anni, impazziscono se devono lavare una mattonella da soli o fare la spesa e rimangono a casa senza cercare di affrontare le difficoltà. Qualcuno li ha chiamati Bamboccioni cadendo nell’errore di fare di tutta l’erba un fascio. Ma ricordiamo che le nomenclature delle patologie esigono maggiore precisione. Pena una reazione più che giustificata di rabbia e incavolature.
Ma i Saurnisti hanno anche saputo sfornare – questo va dato merito – eserciti di Nuovi altamente specializzati nell’attività di libero (molto libero, si può dire: disoccupato) professionista di “scrittore di curriculum vitae” (si prevede, tra l’altro, la nascita di master specifici anche per questo) facendoli volare in lungo e in largo attraverso le regioni via e-mail, posta, fax e segnali di fumo, ahimè senza risposta. In vari casi, a dir la verità sempre più numerosi, sono planati direttamente fuori dai confini italiani posandosi sul suolo di altri Paesi, emigrando totalmente. Motivo? Anch’io devo vivere. Anch’io voglio giocare al gioco dei grandi. Svegliarmi accanto al mio compagno/a. Salutarlo/a per andare al lavoro. Avere un figlio. Pensare a domani – domani – domani. Non a un eterno ieri.
I Saturnisti sostengono inoltre che il bello non c’è più.Che le grandi cose sono solo di ieri, come i veri divi, le storie, l’arte, persino l’amore. I Saturnisti possono anche rifiutarsi di riconoscersi come nonni e pretendono di essere genitori dei loro nipoti. Già perché i Saturnisti sono invidiosi, insicuri, terrorizzati di invecchiare. Hanno paura che il loro orticello venga espugnato, che la loro orma cada nell’oblio. Vogliono il “per sempre”. Costringere a un rapporto ancillare è la loro unica soluzione.
La sindrome è largamente diffusa e non fa distinzione tra politici, professionisti, Nuovi amanti del Saturnismo, suoceri e suocere e chi più ne ha più ne metta. Purtroppo anche coloro che non sono stati colpiti direttamente dal male ne subiscono comunque gli effetti. Insicurezza, depressione, calo della fiducia le conseguenze più lampanti nei Nuovi. Esito finale: l’esilio. Già perché a questo fu condannato Saturno. E così la sindrome sembra condannare non solo i portatori ma anche i Nuovi che si slacciano da un sogno, da un’aspirazione, dall’idea del domani. Per sopravvivere i Nuovi sono diventati equilibristi del quotidiano, acrobati con le vertigini zoppicanti verso il futuro, vedovi di quel bene insostituibile che è la speranza che sembra far rima con illusione. Ma prima o poi i Saturnisti si accorgeranno del loro male (nei casi in cui la sindrome è particolarmente aggressiva si prevede che lo squarcio di consapevolezza non avverrà mai). I Saturnisti scopriranno un giorno che privare i Nuovi di un futuro significa cancellare la memoria più importante, quella che di fatto dovrebbe e deve essere quotidiana perché vitale: la memoria della speranza.
Nel frattempo non ci resta che confidare nella cura del “creare nonostante tutto”. E per ora: buona guarigione a tutti.
Sara Bellingeri
P.S. Scritto da una persona che lavora e convive e che ogni giorno incontra storie della sindrome di Saturno sui giornali, negli occhi e nei racconti di chi conosce. A queste persone appassionate, volenterose, tenaci e piene di intelligenza e sensibilità è diretta la mia dedica con la speranza (pur condita di un certo pessimismo) che si arrivi un svolta. Dedico questo scritto anche a chi sosteneva che nutriti di certi ideali e senza raccomandazioni non si campa. Ebbene, cari Saturnisti giovani o maturi che siate, tale pamphlet(dilatato) è anche per voi che non ci credevate. Con l’onesta non solo si può campare, pur con sacrifici, ma ci si dorme. Pensa un po’…
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