NOTIZIa: La “Casa della Poesia” di Baronissi sull’orlo del collasso chiede aiuto. Rispondete all’appello, diamo tutti una mano

12 11 2009

Cari amici, vi lascio qui sotto una lettera dei fondatori delle “Casa della poesia”, un luogo unico e di grande valore per la poesia e per la cultura in generale. Sarebbe un vero peccato, per l’Italia, e per il mondo perderlo.

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“Cari amici di Casa della Poesia,

le notizie che dobbiamo darvi continuano a non essere piacevoli. Pur svolgendo in questi mesi un’intensa attività in tante città italiane e all’estero, pur avendo raccolto grandi successi ed entusiasmi per le ultime cose organizzate (Napolipoesia nel Parco, Incontri internazionali di poesia di Sarajevo, Verso Sud a Reggio Calabria, gli Incontri dedicati al Centenario di Alfonso Gatto, gli incontri in “Letture senza confini”, i tour italiani di Jack Hirschman, di Paul Polansky, di Maram al-Masri, ecc. ecc.) la situazione della struttura fisica di Casa della poesia rimane problematica e ancora a rischio di chiusura o trasferimento.

Come sapete ormai da tempo a questa crescita continua del progetto e della considerazione internazionale di cui gode, agli impegni sul territorio nazionale e all’estero, corrispondono problemi di natura finanziaria e di relazioni con gli enti pubblici locali che mettono in grave difficoltà la struttura proprio nel nostro territorio. Dobbiamo quindi segnalarvi di nuovo e con forza il pericolo imminente. È davvero a rischio la stessa esistenza di Casa della poesia!

Ricordiamo che il 2008 è stato l’anno dell’apertura della “Casa dei Poeti”, la struttura residenziale di Casa della poesia che rende la nostra organizzazione unica probabilmente non solo a livello nazionale, ma forse a livello internazionale. E ricordiamo anche che il prossimo anno, 2010, Casa della poesia realizza il quindicesimo anno di attività, un traguardo importante, straordinario per una struttura indipendente.

Torniamo a dare i numeri di quella che ci ostiniamo a considerare una straordinaria impresa: quattordici anni di intensa attività, circa 40 grandi eventi realizzati in varie città (Napoli, Salerno, Baronissi, Reggio Calabria, Pistoia, Trieste, Sarajevo, Potenza, Benevento, ecc. ecc.), incontri, progetti, seminari, in tante città italiane e all’estero, collaborazioni con Ministeri ed enti culturali di tanti paesi europei ed extraeuropei, circa 400 passaggi di poeti di ogni parte del mondo, una bella biblioteca internazionale, una mediateca, un archivio audio (“Le voci della poesia”) tra i più ampi e vasti del mondo, laboratori di produzione audio e video.

E come già detto l’apertura di una casa-alloggio per poeti che fa di Casa della poesia, nell’insieme delle sue attività, una struttura forse unica al mondo per complessità, approcci, aree di intervento e sviluppo. **Casa della poesia è un’impresa culturale riconosciuta e riconoscibile a livello internazionale, apprezzata e presa ad esempio, con relazioni internazionali di livello altissimo (Università, Ministeri, Ambasciate, Istituti di cultura, Associazioni, Enti pubblici, Case della poesia, ecc.).
Facciamo appello ad amministratori, uomini politici, imprenditori, disponibili a “leggere” i risultati e la qualità dei progetti di Casa della poesia e ad impedire un ulteriore impoverimento culturale del nostro territorio. **Intanto noi proviamo a proseguire le nostre attività (ma non sappiamo ancora per quanto), insieme a coloro che in questi anni sono stati protagonisti (i poeti) e testimoni (gli amici di CdP) del nostro lavoro, con la speranza di non dover rinunciare e trasferire tutto il patrimonio di lavoro, relazioni, contatti, materiali, conoscenze e competenze, in altri ambiti e territori.

Chiediamo a tutti gli amici, i giornalisti, gli uomini di buona volontà, di essere parte attiva in questa operazione di r/esistenza per tenere in vita una struttura che per 14 anni ha dato spazio e voce ad una cultura dell’impegno, della partecipazione, della solidarietà, dell’incontro. Siamo certi di poter contare sul vostro aiuto (articoli, interviste, segnalazioni, ecc.) e di ricambiare continuando a proporre progetti e la grande poesia internazionale.

Aspettiamo un vostro cenno e intanto, un caro saluto, Raffaella Marzano & Sergio Iagulli Info: 089/951621 – 089/953869 – 347/6275911″.





Alda

2 11 2009

Copia di Alda Merini 2Alda amava i gioielli. Non quelli di valore, costosi e preziosi, che spesso sono ambiti dalle donne. Lei amava quelli molto colorati, vivaci, magari di plastica, che l’adornavano come una sorta di regina pagana, regina di quella simbolica Terra santa fatta di disperati e perduti  della quale tante volte aveva cantato e alla quale sentiva di appartenere. E amava il rossetto rosso, inno d’una femminilità forse più volte maledetta, ma irrimediabilmente viva e carnale. Davvero una vita incredibile, la sua.

Le più belle poesie
si scrivono sopra le pietre
coi ginocchi piagati
e le menti aguzzate dal mistero.
Le più belle si scrivono
davanti a un altare vuoto,
accerchiati da argenti
della divina follia.
Così, pazzo criminale qual sei
tu detti versi all’umanità,
i versi della riscossa
e le bibliche profezie
e sei fratello a Giona.
Ma nella Terra Promessa
dove germinano i pomi d’oro
e l’albero della conoscenza
Dio non è mai disceso né ti ha mai maledetto.
Ma tu sì, maledici
ora per ora il tuo canto
perché sei sceso nel limbo,
dove aspiri l’assenzio
di una sopravvivenza negata.

(da “La Terra Santa” 1983)

Era strano saperlo e poi trovarsela davanti, con quegli occhi sognanti e quell’eloquio in apparenza vaneggiante, quasi poesie strappate dalle sue pagine sanguinanti, eppure assolutamente ragionevole, padrona d’una chiarezza strana che regalava ad ogni frase aforismi e perle di saggezza.

L’abbiamo vista tutti insieme, noi della Confraternita.

Nemmeno ci conoscevamo tutti, ma eravamo accorsi a quella splendida serata suzzarese voluta nella sede del Premio Suzzara dal filantropo Walter Delcomune, ormai qualche anno fa.

Quella sera, il verbo poetico di Alda fu accompagnato dalle note di Giovanni Nuti, straordinario artista che ha musicato le sue opere. Alda, quando andai timorosamente a presentarmi, mi disse che Nuti le ricordava suo marito, lo stesso che l’aveva così spesso tradita, lo stesso per cui provò il folle amore che la condusse più volte nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Paolo di Milano.

Ti aspetto e ogni giorno
mi spengo poco per volta
e ho dimenticato il tuo volto.
Mi chiedono se la mia disperazione
sia pari alla tua assenza
no, è qualcosa di più:
è un gesto di morte fissa
che non ti so regalare.

(Da “Clinica dell’abbandono”)

Un uomo presente nel suo cuore, un uomo che dopo decenni ancora ispirava le sue liriche appassionate. Era affamata d’amore, Alda: questo, forse, è stato il suo peccato. Lo stesso che ha seminato e coltivato il suo genio forse involontario, ma proprio per questo in grado di commuovere ed incantare.

L’arte non vale nulla, diceva lei. Cos’è, in confronto all’amore, ai soldi, ad un figlio?

IO sono folle, folle, folle d’amore per te .
io gemo di tenerezza perchè sono folle, folle, folle
perchè ti ho perduto .
Stamane il mattino era così caldo
che a me dettava quasi confusione
ma io era malata di tormento,ero malata di tua perdizione.

Come sempre avevi ragione, cara Alda. Ma noi siamo comunque felici di poterti leggere. Ora e ancora. Ciao……

La pistola

che ho puntato alla tempia

si chiama poesia.

(da Aforismi e Magie)

Emily Pigozzi

(Poesie di Alda Merini – in foto: Alda a Suzzara)





Il mondo di Alceo

10 10 2009

Poltronieri2

 

Sguardi sognanti. Mani tese, nervose, delicate. Nuvole in crescendo. Colori. E’ questo il volto che Alceo Poltronieri scelse di mostrare al mondo: nei suoi quadri, tutto il suo universo onirico, tutto ciò che -forse- non voleva confessare. Nè confessarsi. Quadri dallo stile  riconoscibile, che i critici non sono riusciti a incanalare in una sola corrente pittorica: è stato definito per comodità un naif, Alceo, ma il suo mondo è assai più raffinato, vasto e personale. Come la sua poesia, rimasta nascosta nei suoi cassetti confusi e ora fatta riemergere per mano dei suoi amici di sempre: quelli del Teatro Minimo di Mantova.

In testa Bruno Garilli, suo mentore e amico di una vita intera, custode di gran parte delle sue opere: per voce del suo gruppo, sabato 10, giovedì 15 e sabato 17 alle ore 21.15, e domenica 11 e domenica 18 ottobre alle 16.30, presso il teatrino di via Gradaro a Mantova si svelerà un’altra parte  non meno straordinaria del genio artistico di Poltronieri: appunto,la poesia.

Svariati componimenti scritti a cavallo degli anni ‘50 e ‘60 eppure travolgenti per la loro modernità e la forza emozionale di un linguaggio assolutamente unico: la visione del dolore, della follia, della passione, del sesso in un crescendo di liriche scandite da più voci, e accompagnate dalla musica d’organo composta dallo stesso Alceo: un altro talento del pittore mantovano, assolutamente sorprendente se si pensa al fatto che Alceo non conosceva la musica e componeva a orecchio incidendo in estemporanea su nastro. Proprio per il teatro Minimo, in particolare per “Amico sciacallo” di Bordon, spettacolo portato in scena dal gruppo negli anni ‘80, Poltronieri creò musiche intense e struggenti,  che oggi si rivelano perfette per accompagnare i suoi scritti.

La serata vuole essere un omaggio all’artista, scomparso nel 1995, e alla poliedria del suo talento: un’ occasione per gli amanti di varie forme d’arte di poter conoscere un personaggio strordinario e il suo vasto, immenso mondo.

(Emily Pigozzi)

Divagazioni

I misteri tecnici

oppure le scissioni di concetto

sono frammenti di morte.

Il fotografo,

le rose,

la fornicazione nelle cosce,

sono acquisti particolari e frammenti

di questa morte.

Tutto. Tutto viene appeso a fili:

gli occhi, gli angeli canterini, le catene di bicicletta.

Perchè sono frammenti di questa morte.

Anima chimica.

Anima puramente chimica.

(Alceo Poltronieri)

www.teatrominimodimantova.it





su L’ERBARIO DI MARMO di Stefano Colletti

28 07 2009

 

L’erbario di marmo (Firenze Libri, 2009, p.96) si presenta come un piccolo, paradossale miracolo: è un esordio che ha già i crismi dell’opera matura, che offre una poesia che rifugge collocazioni rassicuranti nei paraggi del Canone, inseguendo tradizioni esaurite, mai attinte o sempre rimaste sottotraccia; è un libro corposo, nel quale il corpo non si esime dal raccontarsi, lasciando comunque aperta la porta a illuminazioni sulla forma della vita, sulle forme delle vite che lo attraversano. Insignita del premio “L’Autore” 2008, la raccolta del giovane autore mantovano non si limita infatti a proporre una “poesia da premio letterario” – indicative, in questo senso, certe chiuse ad effetto, che con la loro ridondanza sminuiscono altre chiuse, poeticamente più potenti, e importanti – ma investiga il proprio essere testo, plasmandosi e riplasmandosi attorno a una voce solida, indipendente, musicalmente capace. La versificazione adottata, in particolare, ricorda la poesia anglosassone del Novecento, con la quale l’autore sembra essere in speciale sintonia – ritorna spesso, infatti, nelle epigrafi e nelle citazioni – non disdegnando, tuttavia, break ritmici di più sicura attualità. Gli echi della poesia in lingua inglese si sentono anche nelle scelte figurative: un’ampia conoscenza permette riunire voci in principio asimmetriche (come per esempio, la metaforizzazione continua à la Dylan Thomas e il dimesso ritorno alla natura di un Robert Frost), che si fondono, in ogni caso, armonicamente – o, forse, con le dovute dissonanze – all’interno di una materia testuale sempre altra. Del resto, solo può essere caratterizzato da alterità e eterodossia un richiamo costante (e giustamente esplicitato, quasi sovraesposto, fuori d’ogni contatto ingenuo con la Tradizione) a Pascoli e Sbarbaro, dei quali non si estremizza il dettato – a costo, qui davvero, d’essere fuori tempo – ma  dei quali si assume, spesso ironicamente, la diversa declinazione di un primonovecentesco “male di vivere”. Un dato, questo, che non emerge mai chiaramente e consapevolmente nei testi di Colletti, ma che a ragione si può ritenere sempre pronto a far capolino, soprattutto tra le righe più cupe e introspettive. Di respiro ancora più ampio, in ogni caso, la riflessione storica e politica. L’erbario di marmo del titolo viene ad essere, in corso d’opera, il vitale traslato di un lapidario: la collezione di lapidi e pietre memoriali, incontrate in un cammino che si dipana per l’Europa delle due guerre mondiali, aiuta a ripercorrere, saldamente ancorati alla memoria, le grandi lacerazioni del tessuto storico e psichico che formano e mettono allo stesso tempo in crisi una, comunque sempre disponibile, identità comune europea. Il poeta, anzi, si sente più volte chiamato al fronte e, anche se sa che l’unica risposta che gli è consona è la diserzione, risponde presente, va a frugare nelle trincee, sui campi di battaglia, verificando che questi luoghi parlano molto più a lungo e più approfonditamente dei manuali di storia – ultimamente assai revisionati, ma senza imprimere loro una nuova visione, che è compito di intellettuali di altra pasta, ad esempio dei qui presenti poeti. A volte, l’autore risponde con una sincera adesione all’epico, a volte con la pietas che si concede agli “eroi” ma solo in quanto sono uomini passati a popolare il – ben più importante, nella vita di ognuno – regno dei morti. Predomina la ricerca di un senso tragico, recuperato prima surrettiziamente con chiuse solenni e sentimenti importanti, poi scoperto in tutta la sua forza all’incrocio della propria esperienza con gli interrogativi che si ritengono fondamentali.

E qui sta la grande risposta etica dell’autore, tutta nella e per la scrittura.

 

(Lorenzo Mari)

DI FRONTE AL MARE

Un peschereccio minuscolo s’intreccia agli altri,
partiti da altri porti, attacca la melodia
appropriata, non proprio tardi.
Il congegno della risacca
succhia le ossa perlate dei molluschi
che lampeggiano ogni qualche passo.
Sul capo la corona
dell’unica vera sete, essere soli.
Morire come Dio, senza mosche né fiori.
L’oblio come un fluido colloso tra le dita
aperte. La certezza innocente di non aver lasciato
strade né arte, né vedove del mare.

QUANDO ME NE SONO ACCORTO

La gabbia, intendo, lì sotto i miei occhi,
ma per decenni io non ho visto.
E quando me ne sono accorto, non
Sono fuggito. È una gabbia di classe, seppure semplice.
Rodata. Semitrasparente, per chi ne sta fuori.
Del tutto invisibile dentro. Nessuno l’ha costruita
sapendo che cosa fosse, i pezzi s’incastravano
a dovere, un disegno di certo senso
che si formava. Anni passati ad aggiungere
altri pezzi, e colla e chiodi, finché tutti,
costruttori compresi, ci fummo dentro.
Innocenti tutti, badate.

SU UN TRENO SERALE

Il treno rulla in una sera di pioggia – nel tepore
del vagone, accaldato per la corsa, sudo
ancora un po’, poi mi placo nel buio arancione della periferia.
La foschia primo ‘900 tra le case operaie.
Vorrei un paio d’ore
rubate alla crescita dei bambini, alla gemmazione,
alla vita fangosa dei fossi, laggiù.
Due ore in cui nulla
accada, nessun bacio, nessun colpo di scure, l’essere
soli che salva dall’atto plurale delle distanze.
Deve essere il jazz aritmico delle luci,
il sapersi irraggiungibili – telefoni spenti, vaghe
indicazioni sull’orario.
Stasera c’è la pausa dolce,
il sapore garbato di una giornata di caffè,
il mio nome senza significato
nelle piccole stazioni eclissate dalla corsa.
Meglio farsi raggiungere dalla cravatta stanca
del capotreno, nessuna pietà, nessun ragionamento
coinvolto – la sera arriva alla notte,
come me. Un ruolo, cose appropriate da dire.
L’estate è così finita che ha lasciato una sua corrispondenza;
piove, piove – un’ora e quaranta, ormai, di pace eterna.

SCRIVERE VERSI AD UNA CONFERENZA

Come al mare. Chi parla – di cinema,
pare – è la risacca, dove la schiuma
lambisce noi conchiglie.
Capelli biondi su maglioni neri,
squarci di rughe, pance, baffi e doppi menti
filtrano le parole, tiepide come fegati.
Tutto qui è deperibile.
Di qui passeranno aspirapolveri e donne
con sacchi di plastica.
Berranno caffè in un bicchierino, sedute
al lungo tavolo, relatrici su figlie e malattie,
risistemando poi le sedie, come a casa propria.





RITRATTO DI UN POETA

13 07 2009

Ha iniziato nel 2008 Ricky Farina, regista italiano, a girare una serie di ritratti di poeti contemporanei e individui, a sua detta, singolari. Ne ha realizzati con la poetessa Beatrice Nicolai, con Silvano Agosti, e con Alda Merini. Quello che vi lascio qui sotto è il suo ultimo ritratto realizzato, quello all’amico Beppe Costa. Se poi siete sufficientemente curiosi potete andare sul canale di youtube di Ricky a visionare anche gli altri.

(Andrea Garbin)





Un fiore per Alberto

29 06 2009

C’è uno spazio vuoto, da oggi, nella poesia.
Uno spazio bianco, come qualcosa che non sarà mai scritto.
Eppure è uno spazio che respira, che ha vita, presenza.
Alberto Cappi ci ha lasciati. Alberto era uno dei maggiori poeti italiani contemporanei: autore di diversi volumi di poesie, traduttore, saggista, solo pochi mesi fa aveva vinto il Premio Luzi 2009 grazie alla raccolta
“Il modello del mondo”.
Un valore di poeta noto, tangibile e riconosciuto, al quale faceva da controcanto una grande solidarietà, così voglio definirla, nei confronti dei poeti esordienti, ricchi di voglia di gridare al mondo la propria poesia ma poveri spesso di strumenti per farlo.
A molti di loro Alberto ha dato la possibilità di nascere a vita artistica, ma anche sostegno ed incoraggiamento, nonché la possibilità di acquisire una visione critica delle loro opere.
Io tra loro: Alberto è stato uno dei miei primi sostenitori, e tra le ultime prefazioni firmate c’è stata proprio quella del mio libro.
Sapendolo malato, una sorta di pudore mi colse nel chiamarlo per chiedergli di scriverla ma, memore che lui stesso tempo addietro mi aveva detto di voler curare la nota critica del mio primo libro, finii col telefonargli.
Tempo due giorni e la busta bianca, dattiloscritta con il tratto inconfondibile di una vecchia macchina da scrivere, faceva capolino nella mia cassetta delle lettere. Colta e appassionata, come nel suo stile.
In calce parole gentili, d’incoraggiamento, per me.
E come me, oggi molti perdono un perno importante della loro realtà artistica: colui che aveva il dono, la voglia e perdippiù l’entusiasmo di aprire il cassetto dei sogni.
Gli stessi che ora, un po’più soli, lo cercheranno nella sua poesia.
Non è questo, in fondo, scrivere? La ricerca dell’immortalità?
Io dico di sì. Grazie, Alberto.
Emily Pigozzi

Nenia della pioggia

tenera pioggia di tarda

primavera

io signora morte

ho ben cavalcato oggi

ben pescato

nel deserto dei sentieri

ove le porte sono pozze

ieri disseccate

tenera pioggia di prima

estate

Alberto Cappi





fate cultura

23 06 2009

ci sono tante piccole cose che chiunque di noi e di voi potrebbe fare per migliorare la situazione culturale del nostro paese, cose che tutti siamo in grado di fare, cose che permetterebbero a chiunque di “fare cultura” o “contro-cultura”

lo so, sarebbe impossibile boicottare Einaudi, anche perchè pubblica tanti titoli indispensabili, basterebbe invece andare a leggere il “Quaderno” del Premio Nobel José Saramago, lo potete fare proprio QUI su questo link

Saramago, che mai come ora mi sarebbe piaciuto che potessimo ascoltare al Festivaletteratura, come Jack Hirschman – che, cosa che purtroppo pochi hanno saputo, a Mantova c’è stato recentemente, o Beppe Costa, entrambi, questi ultimi, autori che andrebbero ascoltati

oppure potreste semplicemente procurarvi e leggere “Il Duca di Mantova” di Franco Cordelli, edito da Rizzoli, quadro d’epoca che racconta l’Italia al tempo di Berlusconi, e se volete sapere qualcosa di più su Cordelli, leggete QUESTA intervista di Claudio Sabelli Fioretti

se ancora non vi basta vi consiglio un altro libro, “Il corpo del capo” di Marco Belpoliti, edito da Guanda, considerato un’interessante metafora vivente della nostra stessa idea di corpo, della sua durata nel tempo, del suo valore e del suo sfruttamento economico

poi continuerei offrendovi una lettura di poesia, con gli “Ultimi versi” di Giovanni Raboni, pubblicati da Garzanti, con una splendida prefazione di Patrizia Valduga

infine, per i più acuti osservatori, inviterei la lettura, o ri-lettura, di 1984 di Eric Arthur Blair, in arte George Orwell, che letto ai nostri giorni può divenire anche un’interessante analisi e confronto tra la retorica stalinista e quella dei nostri politici, con risultati direi sorprendenti

se invece non vi va di leggere, beh, andate a vedervi uno spettacolo del Living Theatre

(Andrea Garbin)





VOLEVO CHE VOI LO SAPESTE

26 04 2009

In linea con l’organizzazione degli incontri di poesia del Galeter, aventi il solo scopo di diffondere e far conoscere la poesia contemporanea tramite reading e performance che vedono proptagonisti gli stessi autori, sono lieto di invitarvi a una imperdibile serata di poesia, che si svolgerà nel centro di Mantova. Perchè proprio Mantova? Primo, perchè la confraternita dell’uva è nata a Mantova. Secondo, perchè a Mantova c’è il Festivaletteratura, e io, da assiduo frequentatore della manifestazione e da appassionato di poesia, ho sempre sperato di vedere alcuni grandi poeti contemporanei, ma, come normale che sia, è impossibile accontentare tutti, soprattutto quella fetta di pubblico che cerca l’introvabile. E così mi sembrava uno sgarro, una grossa perdita, forse una lacuna, un buco nero nella cultura, non avere in città quello che molti definiscono il più grande poeta vivente. Per questo, se amate la poesia, se siete un gruppo di poeti, o se siete semplici lettori curiosi, se conoscete i poeti presenti o anche se non li conoscete, se credete che la nostra situazione culturale navighi in cattive acque, se abitate in centro a Mantova a due passi dal Caffè Modì, se avete amato le forti parole di verità di Pasolini, o i Cantos di Ezra Pound, o William Carlos William, Charles Olson, Tomas McGrath, o se avete seguito la Beat Generation, beh, potrete trovare tutto ciò ascoltando e magari scambiando quattro chiacchiere con Jack Hirschman. E se poi amate la poesia russa, o vi incuriosisce, vale il medesimo discorso per Alexandra Petrova. Qui sotto vi lascio dunque un testo che ho scelto per ognuno dei cinque poeti partecipanti al reading.

Sapetedichiparlo (da “Volevo che voi lo sapeste” – Jack Hirschman – Multimedia ed.)

Quanti figli e figlie
di tutte le centinaia di uomini e donne del Congresso
stanno combattendo in Irak? Due.

Bene, si tratta di un esercito di volontari
e gli uomini e le donne del Congresso, malgrado i loro
impegni e i loro investimenti privati,
sono per la maggior parte milionari. Sapetedichiparlo.

I loro figli non hanno bisogno
di un lavaggio militare perché sporcati
da calunnie razziste, crivellati dalla paura della galera,
perseguitati dalla povertà, come il 20 per cento
degli Afro-Americani nelle forze armate
(gli Afro-Americani rappresentano solo
il 12 per cento della popolazione),
o come la forte percentuale di Latini
e bianchi poveri, che prendono ordini,
lavorando in un paese la cui metà della popolazione
sono bambini di 15 anni o meno. Sapetedichiparlo.

E io dovrei sentirmi patriottico
ed abbracciare questa spinta verso la minaccia planetaria
dalla parte di quella giunta militare di teste-morte
che quotidianamente fa galleggiare le sue infamie morali
sui canali della nostra disperazione?

La paura nucleare ha riportato indietro Dio dalla morte,
e le Guerre Sante si guardano l’un l’altra nelle loro bugie,
mentre i bambini qui e i bambini là
sono devastati fino alle radici dei loro ancora possibili
sorrisi innocenti.

Nelle loro piccole teste, nelle loro entrate e letti,
si augurano di potere, si augurano che potranno
esserti giudici, tu inetto assassino,
per tutti i bambini che hai ferito,
e getteranno sporcizia felice sul tuo cadavere,
Mr. President. Sapetedichiparlo!

IV ( da “Altri fuochi” – Alexandra Petrova – Crocetti ed.)

1.

Ci inoltrammo nella segale alta
prima ancora dell’alba.

Ascoltate, brava gente, pazientate, ve ne prego.
Ci sdraiammo.
Volevate una confessione? Ebbene, sì,
cominciammo in tutta fretta.

Sparavamo al dormiveglia intricato
alle sacche lacrimali, gonfie e stillanti
(ci tradivano, negli ultimi tempi)
ai sogni
e gli uccelli affamati in picchiata
li beccavano sulle loro morte calotte.

2.

Sparavamo alle visioni.
Ma una di loro
piegava, troppo bassa sulla terra.
E di fronte alla morte probabile chiedeva:

o senzatetto fratelli,
perché sparare
ci arrendiamo
ciascun io può vivere in affitto
dentro di noi
e allora da visione
diventeremo azione
chi si iscrive per primo
avrà in omaggio
un destriero, una dama e una lira

3.

No grazie, abbiamo già perso
l’io che un tempo toglieva il cappello
o il cartello di una casa in affitto.
E anche da questa bisogna sloggiare.
Posso togliermi le mutande.
Porto mutande Cacharel.
Però non credo alle réclames.
Ho sbriciolato l’ebano del mio orgoglio
negli ingranaggi dell’economia,
l’ho perso nel nomos di senzatetto.

In Palestina
il mio tempo cresce troppo in fretta
perché è un seme migratore
tipo palma.

(È agosto ormai,
e Rashid el Assuad
siede ancora al caffé
proprio come in dicembre.
Cambia solo la data dei giornali sulle sue ginocchia).

No, sogni e visioni e lacrime traditrici,
non mi servono destrieri.

Datemi invece una mitragliatrice
per difendermi da tutti i sogni visitatori.
E un po’ di acqua di fonte
in questa vita vagabonda.
Al posto dell’anestesia.

4.

Quell’acqua che riflette le colline terra di siena e ombra bruciata
le viti di hebron
e sabra con la sua amichetta chatila
e i fuochi d’artificio sminuzzanti

gambe capelli braccia ossa giunture
volano leggeri come fiori
molto spesso, perfino tutti i giorni
a destra e a sinistra

questa rossa terra di Adamo,
che ha mescolato marocco e polonia.
E datemi una goccia di amore per lei.
E non mi occorrono altre azioni.

Un libero trascinarsi ( da “Lattice” – Andrea Garbin – Fara ed.)

È come chiudere gli occhi per annullare una distanza,
per pulire con l’oscurità quel muro di prigionia
che orna, come volti di granito, la verità del giorno

è come avere la certezza che un sentiero sia già scritto
e comprendere l’esterno standosene chiusi all’interno
come un piccolo mollusco nella sua cavità palleale

è lo stesso sentiero dove passano i greggi coi loro
campanacci, che i pastori pungono con lunghi bastoni
coi piedi calcando polvere che un tempo fu carne viva.

Nessuno ha mai detto che la polvere che calpestiamo
possa essere un giorno meno dura, come burro sciolto
oppure soltanto errare tra le ombre a piedi nudi

dire che la nostra vita è metaforica illusione
incastonata tra minuzzoli di tempo, dirlo e basta,
oppure, tu, corpo vicino, che giaci nel vacuo letto

dire che le tue braccia sono il prolungamento dell’oblio
forse per lo stesso motivo per cui una lumaca si
trascina con grave lentezza lungo il miasma della terra

è come se tutto ciò a cui rifl ettiamo nel nostro letto
fosse assenza, tua, nostra, quella del giorno che vibra
così, nel lattice si nasce, si muore e ci si trascina.

17. (da “Modulazione dell’empietà” – Alessandro Assiri – Lietocolle)

Io vivo nelle cose in cui posso tornare
nei ricordi che conservo
trasformando la memoria in un atto d’amore
inseguo quei momenti struggenti
impossessandomene, vincolandoli
alla mia malinconia.

Amo in questo modo
nella piccolezza dei gesti
di cui mi approprio.
Nella densità
di ciò che posso imprimere.
Amo senza spandere
senza diffondere.
Amo sottraendomi.


Mi sono lasciato raccontare ad altri, per come mi hanno visto i tuoi occhi.
Non sono intervenuto in una sorta di ristagno, mi sono lasciato riprodurre.
Ora dentro me dimora un clandestino, convinto di poter fare ciò di cui sono incapace.

Speranza, di non esserlo ( da “Nero, l’inchiostro” – Fabio Barcellandi – Montag)

La disperazione è silenziosa
la diresti muta
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola parola
a memoriala disperazione è calma
la diresti inerte
se non conoscessi perfettamente
ogni suo singolo movimento
a memoria


la disperazione è miope
la diresti cieca
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola forma
a memoriala disperazione è acida
la diresti amara
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola dolcezza
a memoria

la disperazione è pacata
la diresti sorda
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola reazione
a memoria
la disperazione è disperata
la diresti senza speranza
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola speranza
a memoria
speranza
la disperazione è speranza
la diresti disperazione
se non conoscessi perfettamente
ogni sua singola speranza
a memoria
speranza
di non esserlo
speranza!




Teatro Minimo

22 03 2009

“Gli uomini non mostrano ordinariamente nel loro commercio abituale se non ciò ch’è in essi di più esterno; la diffidenza o la freddezza impediscono loro di lasciar penetrare gli sguardi altrui nel santuario dei loro intimi pensieri…L’oratore e il poeta trovano modo di superare questa barriera”. La frase è di Schlegel (estrapolata da uno dei miei libri di studio sul teatro) e mi è venuta subito in mente quando ho partecipato alla nuova rappresentazione della compagnia mantovana Teatro Minimo (che amo molto) e intitolata: “Io, Bertolt Brecht, vengo dai boschi neri…”. Un incontro (mi piace usare questa parola per il teatro) che è stato come uno spillo che penetra nei pensieri e nella carne emotiva per far scaturire nuova consapevolezza (fa male, certo, ma altrimenti che consapevolezza è?) grazie a Brecht poeta (generalmente conosciuto più come drammaturgo), con quei suoi contenuti così tremendamente attuali, trasversali, vivi, inossidabili. Nessuna scenografia sorniona (e quando mai?) per questa compagnia colta e mai autoreferenziale, che stupisce ogni volta per la forza del messaggio che vuole sprigionare “soltanto” con la presenza della voce e dell’essenzialità…e qui si supera la famosa barriera, la barriera di stanchezza e timore, di pensieri accartocciati su se stessi che dilagano soprattutto in questo periodo di grande crisi… Dico sempre che se mi dovessi trovare in un paese o in una città sconosciuti, colta all’improvviso da un furibondo acquazzone, e da una parte della piazza ci fosse una chiesa e dell’altra un teatro, io mi rifugerei in quest’ultimo…

Qui sotto la locandina con le date della rappresentazione per chi avesse voglia di salvarsi un po’ facendosi pungere da nuova consapevolezza e un articolo pubblicato più di un anno fa sulla “Cronaca di Mantova” e che contiene l’intervista a due colonne della Compagnia con cui è nato un gran bel rapporto…Grazie Teatro Minimo!

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Il ROMANZO DI UN’ INTERA VITA

La nascita, i primi successi, la passione instancabile e la lotta contro le difficoltà e contro chi li voleva mettere in ombra. L’affascinante storia di una piccola grande pietra preziosa di Mantova: il Teatro Minimo. Ce la raccontano il fondatore Bruno Garilli insieme alla nipote Fiorenza Bonamenti

Che cos’è il teatro per voi? Una sola domanda e per un attimo nevicano aneddoti, personaggi e nomi come quello di Shakespeare e Valentin come se fossero presenze tangibili. Staresti per ore ed ore ad ascoltarli dimenticandoti del tempo che passa e degli impegni che costellano la giornata. Forse perché i loro ricordi sono come gusci pieni di emozione, passione e sfumature. Forse perché i loro racconti sono un frammento di storia di quel magico tempio chiamato Teatro. Circondati da miriadi di volumi che si affacciano da scaffali di nutrite librerie Bruno Garilli e la nipote Fiorenza Bonamenti ripercorrono l’avventurosa storia della loro Compagnia: il Teatro Minimo. Storia che diventa il racconto di vita di chi ha la fortuna di inciampare nel miracolo che non a tutti accade: quello di scoprire la propria strada. L’incontro d’amore dell’attore e regista Bruno Garilli scocca, infatti, a 16 anni, quasi un appuntamento con il destino, come racconta lui stesso con sguardo luminoso: “Il mio esordio è avvenuto molto presto all’oratorio di San Barnaba quando noi ragazzi recitavamo commedie per mantenere la squadra di calcio: da lì in poi è cominciata quella che io chiamo la mia malattia”. Per il teatro Garilli abbandona la scuola d’arte anche se ormai stava frequentando l’ultimo anno. Una passione, la sua, che pretende di non spartire il tempo con nient’altro: “Sono rimasto in parrocchia un altro anno e mezzo, poi sono entrato alla Campogalliani dove ho recitato per 18 anni: quasi una mezza vita”. Suo maestro, anzi “grande maestro”, è Luigi Zucchero, “bravissimo attore che allora dirigeva la Campogalliani. Per anni ho recitato con lui e posso dire di aver imparato molto. Era sordo all’orecchio destro mentre in quello sinistro, con cui ci sentiva, si metteva dentro l’ovatta”. Ride: “Lui non ascoltava di certo i suggerimenti ma andava, come si dice, a soggetto e chi recitava con lui imparava a farlo. Ricordo, in particolare, una volta quando avevamo portato in scena “Sole d’ottobre” di Lopez: non esagero dicendo che aveva praticamente inventato tutto il secondo atto. Eppure era di una tale naturalezza che il pubblico non se ne era accorto. Con Zucchero si imparava ad improvvisare, a rispondergli senza farsi bloccare dallo smarrimento”. Da qui parte la carriera di giovane attore che lo porta in seguito a diventare primo attore iniziando, al contempo, a cimentarsi in piccole regie teatrali di atti unici.

Proprio in quegli anni il famoso Teatrino D’Arco assume l’odierna anima di teatro: “Ero riuscito a convincere la marchesa D’Arco a darci questo luogo per fare le prove, fornendoci una stanza in cui tenere i materiali di scena. Così, insieme ad un gruppo di giovani a cui insegnavo a recitare, ho iniziato a fare rappresentazioni gratuite proprio lì dentro, con la gente che si sedeva sulle panche. Con quell’esperienza si cominciarono a realizzare le repliche degli spettacoli che prima non venivano fatte”.

Alla passione per il palco si aggiungono anche i primi riconoscimenti importanti come quello in occasione del Festival internazionale di Arezzo a cui Garilli partecipa con i suoi giovani dietro esortazione del regista Signoretti: “Invitarono la Campogalliani ma fummo mandati noi in rappresentanza, non essendo considerato un festival abbastanza prestigioso. Ad Arezzo ci chiamavano “quelli degli straccetti che vengono qui e si portano via tutto”. Fu in quella circostanza, infatti, che abbiamo ricevuto il primo premio per la regia e la scenografia, oltre alla segnalazione per l’attrice che altro non era che la nostra Fabrizia Lanzoni, dotata tra l’altro di una voce bellissima”. In questa occasione Garilli e il suo gruppo scoprono una loro identità per così dire autonoma rispetto a quella della compagnia ufficiale mentre si crea quella frattura irreparabile che porterà alla separazione definitiva. “Loro erano diventati la seconda anima del gruppo teatrale che stava diventando troppo importante” spiega Fiorenza Bonamenti che seguirà le orme di suo zio, facendosi contagiare dall’amore per l’arte e in particolare per il teatro.

“In pratica accadde questo” racconta con precisione Bruno Garilli, “il resto della Campogalliani volle partecipare al festival che prima non era stato preso in considerazione senza però coinvolgere me e il mio gruppo. Ricordo un articolo di quell’anno che diceva: “Mantova nella polvere. Garilli, Garilli, dove sei?” La competizione in campo teatrale di certo non mancava e data la situazione di conflitto me ne sono andato via scegliendo una strada autonoma”.

E così dalla Campogalliani nasce il Minimo.

La storia di un nome e di un progetto

La Compagnia deriva il suo nome dal Teatro Minimo di via Isabella d’Este (i 50 metri quadri del luogo la dicono tutta) e per il numero esiguo dei suoi componenti. Minimo ma ricco di energia e fervido di idee, studio, sfide e preparazione, parola chiave senza la quale non può esistere autentica arte. Ma anche al momento dell’inaugurazione non sono mancati i problemi. “Quel famoso venerdì 5 dicembre non ci permisero di fare la rappresentazione perché voleva recitare una compagnia che proveniva da Padova. Si parlò allora di inaugurazione mancata. Alcuni scommisero che non saremmo sopravvissuti più di un anno e invece siamo durati molto di più, fino al 1994” racconta la signora Bonamenti.

Sono questi anni di idee e al contempo di sfide, tra minacce incalzanti di sfratto e duri confronti con chi non credeva in loro e li osteggiava. Emblematico, a questo proposito, l’episodio dell’incendio doloso. Ma sono anche anni di impegno e riconoscimenti da parte di eminenti personaggi della cultura. La passione non si sgualcisce mai, nemmeno durante le avversità, e consente di creare lavori intarsiati di emozione e riflessione. Il gruppo nel frattempo conosce un notevole ricambio di persone. Alcuni, infatti, non riuscendo a conciliare il teatro con il lavoro o la vita privata, se ne vanno per un periodo per poi ritornare.

Ora la sede del Teatro Minimo si trova in via Gradaro al numero 7. Lo spazio teatrale è stato ricavato da una fabbrica di formelle divenuto poi luogo di deposito. L’attività della Compagnia riprende nel ‘99 dopo cinque anni di strenua ristrutturazione “in un posto ridotto in uno stato indescrivibile e con i muri ricoperti da scritte non proprio gentili come “fuck you”. I ragazzi della bottega Bondioli Bettinelli ci hanno aiutato tantissimo armandosi di guanti e stivaloni”. “Ci volevano persino assegnare la Chiesa della Vittoria ma quando la notizia è apparsa sul giornale sono cominciate le rogne ed è andata a finire che ce l’hanno tolta” precisa Garilli. Il sostegno economico per la ristrutturazione giunge sempre dall’arte e in questo caso particolare dai pittori francesi e italiani che si interessano con calore alla causa.

Un rapporto particolare

“Uno non è pubblico, due sono pubblico”. Questo è il principio inossidabile della Compagnia che lo ha applicato realmente durante la sua lunga esperienza teatrale considerando preziosa ogni singola partecipazione, anche di due soli spettatori. Ma c’è un’altra particolarità che contraddistingue il Minimo, per chi non lo sapesse. Al termine di ogni spettacolo, infatti, quando gli applausi sembrano fungere da sipario per la serata, un attore scende dal palco e chiede al pubblico se ha domande da fare sullo spettacolo rappresentato, sul testo, sull’autore. “E’ una nostra peculiarità” spiega Fiorenza Bonamenti che attualmente ricopre questo ruolo, “e non sono mancate le critiche e chi ha tentato negli anni di metterci in difficoltà con le domande. Questa è per noi una importante occasione di incontro con gli spettatori”. Ma la vera preoccupazione è un’altra: “Forse mi sbaglio ma ho la sensazione che facciamo paura, come se venissimo considerati un teatro troppo difficile e questo ci dispiace. L’ultima volta abbiamo, ad esempio, portato in scena il Prometeo incatenato di Eschilo attraverso una lettura a più voci che mettesse in luce la poesia. Il pubblico non ha aderito numeroso a questo esperimento ma chi ha partecipato è rimasto molto soddisfatto. Basterebbe provare, senza paura”. Preziosa e indimenticabile è inoltre l’esperienza con i ragazzi della scuola media Maurizio Sacchi con cui Garilli e la signora Bonamenti hanno realizzato laboratori teatrali che hanno portato a ricche soddisfazioni. “Ricordo ancora un ragazzo che non voleva recitare perché diceva che non ne era capace ma in ultimo, quando per lo spettacolo mancava il suo compagno che doveva fare la parte, è venuto da me e mi ha detto: maestro, lo faccio io. Il suo timore era scomparso”.

Una vita per il teatro

Una sola domanda: che cos’è per voi il teatro? “Una ragione di vita” offre una risposta semplice ed emozionata il signor Garilli. “Ho sempre programmato tutto in funzione degli spettacoli a cui pensavo persino durante la messa. Si tratta di una forma mentis. Il teatro è innanzitutto comunicazione e quello di un certo tipo è riuscito a portare avanti idee progressiste e forse proprio per questo fa paura. Ricordo che nel ’67 ricevevamo un contributo dall’associazione degli industriali. Quando abbiamo portato in scena Brecht ce l’hanno tolto”.

Fiorenza Bonamenti racconta che il teatro nasce in chiesa e che all’inizio rappresentava una forma religiosa, “anche se poi per molto tempo gli attori sono stati considerati dei vagabondi senza dio”. Per lei l’amore per il teatro è nato dall’esempio del giovane zio più grande di lei di dieci anni. “Mi sono innamorata di luce riflessa” conclude con un sorriso.

Curiosità a botta e risposta

Avete mai avuto paura di salire sul palco?

Bruno Garilli: “La paura c’è sempre insieme all’emozione. La paura è quella di sbagliare”.

Fiorenza Bonamenti: “Io sono sempre stata abituata a parlare davanti a tanta gente e questo mi ha aiutato molto. Quando ho recitato con mio zio mi sono sempre divertita”.

Autori preferiti?

Garilli: “Tutti i moderni insieme al teatro dell’assurdo. E poi la tragedia perché almeno non bisogna pagare i diritti d’autore” ride ironico. Poi si fa serio: “Prediligo tutti quei testi in cui il sociale ha una rilevanza particolare”.

L’opera che vi è piaciuto di più rappresentare?

Garilli: “Io mi stupisco ogni volta che rivedo un’opera che ho messo in scena e mi chiedo: ma questa l’ho messa in scena io?”.

Fiorenza Bonamenti: “Se parliamo di emozioni l’opera che ho amato di più in modo viscerale è la Fedra di Seneca per la sua poesia, per quei suoi pezzi che cavano il cuore. Se invece parliamo di ragione non saprei scegliere”.

Quella che non rifareste più?

Garilli: “La scuola delle vedove di Cocteau. Ho sbagliato la regia perché non ho avuto il coraggio di trasporre l’opera in un certo modo. Ma era un testo obbligato dal festival a cui partecipavamo e con i testi imposti accade di non sentirli”

Che cosa vi augurate per il futuro?

“Di avere un teatro tutto esaurito!” ride Garilli. “Anche se mi accontenterei di fare una media di 30 persone ogni sera”.

“Vorrei che le persone non avessero paura di noi. E poi che la gente, i giovani soprattutto, venga a teatro perché il teatro è maestro di vita” aggiunge la nipote.

Dopo aver portato in scena il Prometeo incatenato di Eschilo tra le prossime iniziative del Minimo ci sono la lettura delle poesie di Angelo Lamberti e l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. C’era anche il progetto di realizzare delle letture gratuite della Divina Commedia ma le case editrici per tutelarsi vorrebbero che venisse versata una percentuale di ben 100 euro a serata facendo così sfumare un prezioso progetto.

L’intervista si conclude qui anche se sulla storia del Minimo ci sarebbe ancora tanto da raccontare tra aneddoti e ricordi. Il tempo è volato e mentre Fiorenza Bonamenti mi saluta dall’uscio della sua casa dicendo che per quanto si possa leggere o documentarsi non si conosce mai abbastanza, non posso far altro che riconoscere che la sua è un’ammissione sincera e senza paura, come il teatro che ha scelto di amare.

Sara Bellingeri





LA TELA SONORA

29 07 2008

Spesso mi è capitato di vedere gente storcere il naso parlandogli di poesia in rete o di poesia scritta ma diffusa grazie alla rete, eppure ci sono tanti piccoli progetti rintracciabili su internet che meritano davvero attenzione. Forse alcuni di voi già sanno dell’esistenza della prima televisione on-line interamente dedicata ai libri. Si tratta di Booksweb.tv

Credo però che nominando Brusellando, a molti dirà poco questo nome. Brusellando è uno spazio radiofonico, in lingua italiana, trasmesso da Radio Alma di Bruxelless ed è dedicato alla presentazione di libri e lettura di poesie direttamente dalla voce degli autori. Per la scoperta di questa bella iniziativa devo ringraziare Daniela Terrile, membro della Commissione Europea Cultura di Bruxelless, che mi ha invitato alla puntata del 25 luglio. Tutti i venerdì dalle 20 alle 21 su 101.9 vengono così introdotti alcuni poeti italiani, presentando i loro libri oppure lasciando che leggano in diretta i loro componimenti. Con Daniela, a portare avanti il progetto c’è anche Anna Maria Farabbi. Vi invito quindi a seguire la trasmissione, in un periodo nel quale la poesia è spesso maltrattata e dimenticata, un altro faro nella notte per tutti coloro che amano i versi. Tutte le puntate sono presentate e scaricabili sul blog di Radio Alma.