
Tremate tremate i Barbari son tornati.
E Alessandro Baricco, forse inconsapevolmente, li guida: questa volta però si tratta di barbari veri, che non stanno dentro alle nostre mutazioni culturali, che non cambiano lo stesso attraverso la sfida dell’altro, ma che, lancia in resta, intendono portare una guerriglia urbana – e finanziaria – contro l’odiata – e certamente odiosa – civiltà.
Che la vogliono annichilire o, quantomeno, ricoprire di ridicolo.
Baricco, come si può intuire, non nasce guerriero impavido, ma, si sa, la Crisi che sembra avvolgerci ogni giorno di più (o di meno, dipende dalla direzione in cui va il suo côté ancora tutto postmoderno…) produce un fermento continuo e contraddittorio che potrebbe mettere le ali anche a galline e tacchini.
E, purtroppo, mettere un fucile in mano anche a placidi impiegati e a rubicondi contadini, che temono sempre più per la salute loro, ma soprattutto dei loro averi.
E così Baricco si lancia nella formidabile tenzone contro i finanziamenti pubblici alla cultura (o contro la Cultura?), sotto la forma – a dire il vero assai temibile… – delle sovvenzioni statali a teatri, festival, rassegne, convegni, fondazioni e associazioni.
Alla Lirica.
In una parola, alla malandatissima struttura della cultura umanistica, che non sta più al passo con i tempi, che il Grande Fratello manco l’ha visto passare.
Sic.
Si meritano questo appellativo non solo se si sta allo striscione appeso da tempo alla facciata (non a caso) del Teatro Comunale di Bologna: “Barbaro non è un popolo senza cultura, ma un popolo che della cultura non sa che farsene.” (Cito a memoria, più o meno.)
(Lorenzo Mari)


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