Un fiore per Alberto

29 06 2009

C’è uno spazio vuoto, da oggi, nella poesia.
Uno spazio bianco, come qualcosa che non sarà mai scritto.
Eppure è uno spazio che respira, che ha vita, presenza.
Alberto Cappi ci ha lasciati. Alberto era uno dei maggiori poeti italiani contemporanei: autore di diversi volumi di poesie, traduttore, saggista, solo pochi mesi fa aveva vinto il Premio Luzi 2009 grazie alla raccolta
“Il modello del mondo”.
Un valore di poeta noto, tangibile e riconosciuto, al quale faceva da controcanto una grande solidarietà, così voglio definirla, nei confronti dei poeti esordienti, ricchi di voglia di gridare al mondo la propria poesia ma poveri spesso di strumenti per farlo.
A molti di loro Alberto ha dato la possibilità di nascere a vita artistica, ma anche sostegno ed incoraggiamento, nonché la possibilità di acquisire una visione critica delle loro opere.
Io tra loro: Alberto è stato uno dei miei primi sostenitori, e tra le ultime prefazioni firmate c’è stata proprio quella del mio libro.
Sapendolo malato, una sorta di pudore mi colse nel chiamarlo per chiedergli di scriverla ma, memore che lui stesso tempo addietro mi aveva detto di voler curare la nota critica del mio primo libro, finii col telefonargli.
Tempo due giorni e la busta bianca, dattiloscritta con il tratto inconfondibile di una vecchia macchina da scrivere, faceva capolino nella mia cassetta delle lettere. Colta e appassionata, come nel suo stile.
In calce parole gentili, d’incoraggiamento, per me.
E come me, oggi molti perdono un perno importante della loro realtà artistica: colui che aveva il dono, la voglia e perdippiù l’entusiasmo di aprire il cassetto dei sogni.
Gli stessi che ora, un po’più soli, lo cercheranno nella sua poesia.
Non è questo, in fondo, scrivere? La ricerca dell’immortalità?
Io dico di sì. Grazie, Alberto.
Emily Pigozzi

Nenia della pioggia

tenera pioggia di tarda

primavera

io signora morte

ho ben cavalcato oggi

ben pescato

nel deserto dei sentieri

ove le porte sono pozze

ieri disseccate

tenera pioggia di prima

estate

Alberto Cappi





fate cultura

23 06 2009

ci sono tante piccole cose che chiunque di noi e di voi potrebbe fare per migliorare la situazione culturale del nostro paese, cose che tutti siamo in grado di fare, cose che permetterebbero a chiunque di “fare cultura” o “contro-cultura”

lo so, sarebbe impossibile boicottare Einaudi, anche perchè pubblica tanti titoli indispensabili, basterebbe invece andare a leggere il “Quaderno” del Premio Nobel José Saramago, lo potete fare proprio QUI su questo link

Saramago, che mai come ora mi sarebbe piaciuto che potessimo ascoltare al Festivaletteratura, come Jack Hirschman – che, cosa che purtroppo pochi hanno saputo, a Mantova c’è stato recentemente, o Beppe Costa, entrambi, questi ultimi, autori che andrebbero ascoltati

oppure potreste semplicemente procurarvi e leggere “Il Duca di Mantova” di Franco Cordelli, edito da Rizzoli, quadro d’epoca che racconta l’Italia al tempo di Berlusconi, e se volete sapere qualcosa di più su Cordelli, leggete QUESTA intervista di Claudio Sabelli Fioretti

se ancora non vi basta vi consiglio un altro libro, “Il corpo del capo” di Marco Belpoliti, edito da Guanda, considerato un’interessante metafora vivente della nostra stessa idea di corpo, della sua durata nel tempo, del suo valore e del suo sfruttamento economico

poi continuerei offrendovi una lettura di poesia, con gli “Ultimi versi” di Giovanni Raboni, pubblicati da Garzanti, con una splendida prefazione di Patrizia Valduga

infine, per i più acuti osservatori, inviterei la lettura, o ri-lettura, di 1984 di Eric Arthur Blair, in arte George Orwell, che letto ai nostri giorni può divenire anche un’interessante analisi e confronto tra la retorica stalinista e quella dei nostri politici, con risultati direi sorprendenti

se invece non vi va di leggere, beh, andate a vedervi uno spettacolo del Living Theatre

(Andrea Garbin)





Il 18° vampiro – Claudio Vergnani

19 06 2009

Scordiamoci Bela Lugosi. Scordiamoci il vampiro impomatato e vestito con un’eleganza ineccepibile.  Il non-morto assettato di sangue di Claudio Vergnani, autore modenese al suo esordio per la casa editrice Gargoyle Books, non ha nulla a che fare con quello ormai radicato nell’immaginario collettivo. Né tantomento con la visione new-romantic della stravenduta Stephanie Meyer.  Il vampiro do Vergnani è uno zombie assettato di sangue, su cui la morte ha impresso la propria impronta. E’ un essere condannato alla sete bruciate del liquido mortale, di cui l’autore sa restituire la sofferenza. Qui non ci sono solo morsi sul collo, ma momenti terrificanti, in cui il lettore non può che rabbrividire.
Il gruppo degli ammazzavampiri non è costituito da super eroi in calzamaglia, ma da persone che vivono sulla propria pelle un orrore, placato da sonniferi e tranquillanti.  La narrazione li accompagna, forte, intensa, mai superficiale.
L’incubo del vampiro ritorna costantemente, è fonte di paure, che tuttavia cozzano contro il muro della necessità: la sconfitta del male. Ma alla fine resta il grande dilemma: i vampiri sono veramente il male? E gli ammazzavampiri, non sono forse i sovvertitori di un ordine voluto dalla natura? Quello che l’uomo vede come male, può essere il frutto di una concezione di se stesso falsata, per cui lui si percepisce come bene? No, la natura umana non racchiude mai, completamente il bene…





IL RUMORE DEGLI OCCHI: Sberequeck secondo Grazia Maria Scardaci

9 06 2009

L’immaginario di un bambino passa e attraversa immense distese, in pensieri e concretezza; corre sopra la possibilità d’ogni uomo di poter vedere o solo intuire i confini della fantasia.
Quest’ultima per definizione senza limiti.
Sberequeck è un verso che diventa parola: è il linguaggio giocondo che diventa misura della sofferenza di un bambino, è urlo, è ricerca d’attenzione del mondo adulto, di quello genitoriale, è esorcismo alla paura. Così mentre…

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2gether 4ever: un saggio per i ragazzi dell’Artscool

5 06 2009

No, non è un errore: si chiama Artscool, ovvero, “Scuola delle arti più cool”. Il nome evoca una moda, qualcosa che si lega al più mero esempio di spettacolo. In realtà, proviamo a pensare a un piccolo paese di provincia, dove la vita scorre piatta. Pensiamo ai ragazzini annoiati, che si perdono nei ring-tone dei cellulari. E ora, pensiamo a una scuola dove possono apprendere l’arte dello stare “on stage”. Cantando, recitando, ballando, liberano energie, incanalate in attività positive. Qualche richiamo ad “Amici” della De Filippi? A “X-Factor”? A… No, basta così. Parliamo di questi ragazzi e bambini, che sabato 30 maggio sono andati in scena, ricordando un po’ gli allievi di “Fame”. Con tanta passione hanno portato in scena, monologhi (da Machbeth alla Litizzetto), balletti (Dirty dancing, con tanto di figura “dell’angelo”), cantanti in erba,  e un piccolo musical, interpretato dalle più piccole. Il soggetto s’ispira all’america dreams: cinque adolescenti, per evitare la sospensione a seguito di una lite “per amore”, avvenuta tra le mura scolastiche, devono mettere in scena un musical, facendo da registi a 14 scatenate bambine. Tra queste, c’è Nicky, snobbata da tutti per la sua timidezza, ma che grazie a una voce incredibile, riesce ad ottenere la parte della protagonista. Il musical è un inno al coraggio di essere se stessi, sicuramente molto semplice, strutturalmente commerciale e privo di intenti intellettualistici… ma vedere le ragazzine in azione sul palcoscenico, ha emozionato l’autrice. Ho scritto questo breve musical, con passione, e la cosa più bella è stata vedere il sorriso delle piccole. Spero di ripetere l’esperienza, migliorando ancora…

Roberta DeTomi





MYSTERIES AND SMALLER PIECES – Il Living Theatre di New York in provincia di Mantova

27 05 2009

Cinque, dieci, quindici minuti. Il tempo scorre lentissimo e il giovane uomo in piedi sul palco resta bloccato con lo sguardo fisso nel vuoto. Non muove un muscolo, potrebbe essere una statua ma non lo è, perché fatto di carne e perché ogni tanto le sue palpebre si abbassano leggermente per lubrificare gli occhi. È vivo. È un attore. È la cartina tornasole dell’insofferenza, delle risatine soffocate, dell’impazienza, della delusione del pubblico che batte le mani e sbuffa. Di quel pubblico ancora una volta provocato e toccato senza reticenze dal Living Theatre.

“Mysteries and Smaller Pieces” (“Misteri e Piccoli Pezzi”), creato a Parigi nel 1964, esplode nuovamente sulla scena traghettando sgomento e disarmo. Questa volta lo fa nel teatro di Medole, il comune che in collaborazione con l’Associazione culturale “I Saggi e i Folli” ha ospitato – con felice intuizione – il laboratorio teatrale diretto da Gary Brackett con la partecipazione di Enoch Wu e Jeff Nash del Living Theatre Europa. Trenta in tutto i partecipanti, tra attori e professionisti e non, che hanno risposto al richiamo e che dopo una settimana di duro lavoro, a sentire i loro racconti, hanno dato luce a uno spettacolo in cui “si aprono le porte a una tecnica sovversiva”, secondo le parole di Judith Malina. Le sorgenti di riferimento sono il teatro politico di Brecht e Piscator, la biomeccanica di Mejerchol’d, il teatro della crudeltà di Artaud.

L’immobilità del giovane è interrotta all’improvviso dalla marcia e dalle pulizie indaffarate di uomini che entrano dal fondo del teatro con movimenti scattanti che continuano fin sul palco. Sembrano tanti tasselli di un’infinita catena di montaggio che si sbriciola e ricompone lasciando sorpreso il pubblico, tanto che qualcuno già si alza e abbandona la sala. Ma la parte più toccante, che unge il cuore di profonda emozione, è quella in cui gli attori scendono dal palcoscenico (prima gremito di buio)  con movimenti lenti, facendo ondeggiare bastoncini d’incenso che allagano l’aria di un odore intenso, così come il loro sguardo che si fissa su quello rapito e anche imbarazzato degli spettatori. Ora ci sono, infatti, uomini e donne che ti guardano e ti vedono, senza ombreggiature di convenzionalità o censura. Hanno occhi come pietre d’ebano, fonde e scure. Occhi che toccano. Alla scena che deriva dalle esperienze orientali di Nona Howard succede poi la “Canzone di strada” di Jackson Browne. “Basta con le guerre!” è la richiesta che si ripete continuamente, alternata ad altri “basta” contro la corruzione, l’inquinamento, il precariato e tutti mali della società odierna. Una canzone che purtroppo è trasversale ad ogni tempo e che il Living ripropone in qualche parte mutata a seconda del periodo, degli accadimenti e del luogo in cui viene proposta. Una ragazza seduta a gambe incrociate sul palco dà il ritmo ai “frammenti di canzone” degli altri attori che, sparsi nella sala, danno voce ai loro “basta”. Gli altri pezzi più riusciti dei “Mysteries and Smaller Pieces” sono  i “Tableaux vivant” e i “Suoni e movimento” di Lee Worley e Joe Chaikin, in cui scorre un’ironia che non è mai edulcorante per la realtà ma sua forza esplicativa e narratrice. Stupisce soprattutto in queste ultime parti la bravura dei partecipanti del laboratorio che hanno lavorato insieme per una sola settimana creando una sintonia davvero incredibile. Decisamente meno convincente, invece, il pezzo de’ “La Peste” di Artaud a cui era affidata una forte responsabilità. L’esasperazione inappropriata, infatti, di alcuni attori, forse troppo bulimici di attenzione, non ha mancato di suscitare qualche risata anziché lo sgomento e lo sconvolgimento che il teatro della crudeltà mira a innescare con l’esperienza diretta (“perché andare a teatro deve essere come andare dal dentista” dice Artaud).  Sembrava quasi di assistere a un live di zombie usciti dal film “L’alba dei morti viventi” e questo ha spezzato – e rovinato – non poco la disarmante atmosfera della serata. Suggestiva e toccante, invece, la scena finale della raccolta dei corpi dei defunti a cui il male non ha lasciato scampo. Non resta che accatastare i regni di carne stroncati dalla peste.

Il Living Theatre parla tramite gli sguardi, le voci, il respiro e il movimento. Strappa la superficie caliginosa delle attese, disarma senza compiacimento la corazza delle aspettative. Il Living Theatre non si richiude nel cerchio delle parole ma lo spezza facendole librare attraverso il corpo, l’aria che entra ed esce dai polmoni, le corde vocali che vibrano, ma soprattutto con la voglia profonda di dire e comunicare per mezzo della vita. Come dice, infatti, lo stesso Gary Brackett: “Entrare nella vita attraverso il teatro. Unione: fine delle divisioni”.

Sara Belligeri





Reading della Confraternita a Mantova

26 05 2009

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Sabato 23 maggio nella sala delle Capriate a Mantova è stata presentata da Marina Di Pellegrini per la omonima libreria l’antologia di racconti ‘Il rumore degli occhi’, opera prima de La Confraternita dell’Uva.
Estratti dei nove racconti sono stati letti dagli attori Walter Delcomune ed Emily Pigozzi, quest’ultima anche nuovo arrivo in Confraternita.
Gli autori sono stati intervistati e hanno commentato l’opera assieme alla giornalista e scrittrice Carolina Giorgi.
Nonostante l’evento sia stato completamente ignorato dal Principale Quotidiano Locale (o forse proprio per questo) il pubblico presente in sala era numeroso, coinvolto e interessato; molto apprezzati sono stati gli interventi finali dei rappresentanti di Emergency e Amnesty, che hanno portato il loro contributo ai temi trattati nella raccolta. Un video sui bambini soldato, realizzato da Luca Artioli ha concluso l’incontro e il gruppo si è dato appuntamento per il prossimo autunno, quando ha in programma una giornata di solidarietà con le suddette associazioni.
Il supporto tecnico audio-video è stato assicurato dall’altro recente acquisto della Confraternita, Giovanni Mauro, qui in veste di sound engineer assieme a Raffaele Fiorillo.
Il tutto su Youtube.  (www.youtube.com/confraternitadelluva)





28 maggio: proiezione film Emergency, cinema Mignon (Mantova)

25 05 2009

Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato di Emergency

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Jack Hirschman a Mantova

17 05 2009

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Il reading di Jack inaugura lo sbarco su YouTube della Confraternita che distillerà i suoi video qui:
www.youtube.com/confraternitadelluva





IL RUMORE DEGLI OCCHI: recensione di Antonio Bianchetti

13 05 2009

“Il rumore degli occhi” (Creativa Edizioni), è il bellissimo libro della “Confraternita dell’uva”, un gruppo di giovanissimi scrittori sparsi tra le provincie di Brescia, Mantova, Modena e Como (nel dettaglio: Luca Artioli, Sara Bellingeri, Roberta De Tomi, Andrea Garbin, Lorenzo Mari, Marco Marcheselli e Massimo Baraldi). Il libro è una raccolta di racconti che incentra le tematiche sul variegato mondo dell’infanzia, sulle mille sfaccettature che…

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